

VITERBO - Dicevano bene i nonni, cento teste e cento pensieri diversi, cento modi di ascoltare, recepire e poi mettere in atto. La pandemia offre inevitabilmente uno spaccato di vita che preferivamo non conoscere, non tanto per il problema-virus, quanto per la dietrologia regalata da virologi e politici, quelli che in prosa e musica vengono definiti nani e ballerine. Il Paese continua a convivere con i problemi del passato, cui si aggiungono quelli dettati dal Covid, e tutto resta disatteso.
Abbiamo penato per le mascherine – e all’inizio c’era chi voleva perfino fare l’affare con i bavagli anti-contagio – e adesso, a un anno da quella telenovela, è partita la tiritera dei vaccini, fra chi li esige e chi li rifugge.
A volte pare di stare al cospetto del cane che si morde la coda, mentre imperano i bastian contrari, quelli che pensano di saperne sempre una più del diavolo. Nel frattempo il Sistema Italia va a rotoli, fra politici che pensano bene di far cadere il Governo anche in un momento così difficile e ispido. E le proteste di chi si sente defraudato vanno avanti; e mentre i ristoratori promettono la “battaglia delle saracinesche aperte”, continuiamo a leggere storie di una quotidianità assurda.
Come quella di Adriano Urso, il pianista jazz morto per infarto mentre faceva il rider: era rimasto senza lavoro per il Covid e stava spingendo la sua auto che si era fermata mentre si recava a consegnare la cena a un cliente a Roma. Da qualche mese aveva iniziato a lavorare come fattorino per sbarcare il lunario, e come lui tanti altri hanno scelto la strada del lavoro umile – ma non umiliante – per restare a galla. E così, mentre la politica si sollazza fra beghe di palazzo e ministri ritirati, la gente muore per strada. E’ accaduto a Roma, ma di casi simili ce ne sono ovunque. Anche a Viterbo, anche nella Tuscia.