ANNO 16 n° 271
Mini Macchina del Pilastro: il cuore giovane di Santa Rosa
Quando il trasporto diventa simbolo di appartenenza, orgoglio e comunitą

VITERBO - Al Pilastro, la tradizione non si racconta: si vive. Si sente nella voce dei bambini, nell’energia che scorre tra le strade, nella luce che si accende nei volti di chi guarda passare la Mini Macchina. Qui, la festa di Santa Rosa ha un sapore speciale, fatto fatica e orgoglio, ma soprattutto di gioventù.

Più di 110 bambini, tra i 6 e i 17 anni, portano la macchina sulle spalle. Sono piccoli, sì, ma con la stessa determinazione di chi porta quella grande. Crescono guardandola, sognando un giorno di sollevarla, e intanto cominciano da qui.

La Mini Macchina del Pilastro è una delle più antiche, dopo quella del centro storico. A guidarla c’è Angelo Loddo, capo facchino e punto di riferimento per tutto il quartiere. Conosce ogni bambino, accompagna ogni prova, sente su di sé il peso e l’onore della responsabilità: “La nostra non è una macchina qualsiasi – racconta – È parte viva del quartiere. Chi ci è cresciuto lo sa: qui non si tratta solo di portarla, ma di sentire che appartieni a qualcosa.”

Il Pilastro è un quartiere vivo, con radici profonde e rami aperti al mondo. Qui convivono tante origini, tante storie: moldavi, ucraini, srilankesi, dominicani. Ma quando si solleva la macchina, non esistono più differenze. “È questo che mi emoziona di più – dice Loddo – Vedere che la tradizione riesce a unire. Non importa da dove vieni: quando metti le mani sulla stanga, sei del Pilastro. Sei parte della nostra storia.”

Ogni anno, qualcosa cambia. Dettagli della struttura, un tocco diverso di colore e qualche miglioria tecnica. Ma l’anima resta: “Cerchiamo di migliorare sempre, certo, ma senza mai tradire lo spirito. La macchina deve essere bella, sicura, ma soprattutto deve trasmettere emozione.”

E l’emozione si vede. Nelle mani strette prima della partenza, negli occhi lucidi dei genitori, nel silenzio carico che precede il primo passo: “Quando vedo quei bambini camminare insieme, in silenzio, con il cuore in gola, lì capisco che stiamo facendo qualcosa di grande”.

Il trasporto non è solo un evento. È un rito che attraversa le generazioni. È il modo in cui un quartiere si riconosce, si ritrova, si racconta. È un patto silenzioso tra chi oggi porta e chi domani guiderà.




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