ANNO 16 n° 118
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Lo sport come inclusione? Dai numeri alle storie
All'Unitus il confronto sullo sport, tra criticità e l'esempio di Antonio, di chi ce la sta facendo davvero

VITERBO – Da una parte i numeri, dall’altra le storie. In mezzo, quello spazio, ancora troppo ampio, che separa lo sport per tutti dallo sport davvero accessibile. È da qui che è partita la conferenza sull’inclusione sportiva ospitata all’Università degli Studi della Tuscia.

I dati, intanto. In Italia oltre il 40% della popolazione pratica attività sportiva. Ma basta cambiare prospettiva per vedere il divario: tra le persone con disabilità, si parla di circa l’11% nei casi più complessi. Tradotto: lo sport cresce, ma non cresce per tutti allo stesso modo.

Il problema non è solo culturale, ma pratico. Mancano informazioni, gli spostamenti sono complicati, le strutture spesso non sono adeguate e gli ausili scarseggiano. Una somma di ostacoli che, messi insieme, fanno la differenza tra partecipare e restare a guardare.

Da dove partire?

Eppure, la base c’è. Oltre 100mila associazioni sportive in Italia, di cui circa 6.500 già attive nell’inclusione. Tra queste anche realtà del territorio come Lo Zucchero Filato, guidata da Fabio Bartelotti, che da anni lavora proprio su questo: creare opportunità dove, spesso, non ci sono.

Il messaggio che arriva dalle istituzioni è chiaro: l’inclusione non può essere un’aggiunta, ma la normalità. Lo ha ribadito anche la sindaca di Viterbo, Chiara frontini, ospite per l’evento, sottolineando come lo sport debba diventare parte integrante della formazione e del benessere degli studenti, senza distinzioni.

Poi, però, ci sono le storie. E sono quelle che danno senso ai numeri.

Come quella di Antonio, oggi al terzo anno di Biologia. Un percorso costruito passo dopo passo, anche grazie allo sport e al supporto di chi ha creduto in lui. Durante la conferenza era lì, tra il pubblico. Ma non era l’unico impegno della giornata: poche ore dopo ha sostenuto anche un esame.

È stata lunga, però ce l’ho fatta”, ha detto. Senza retorica, senza effetti speciali. Solo realtà.

E forse è proprio qui il punto. Perché l’inclusione funziona davvero quando smette di essere un concetto e diventa quotidianità. Quando non serve più raccontarla, ma la si vede – magari in un’aula universitaria, tra un intervento e un esame dato lo stesso giorno.

I numeri dicono che il percorso è ancora lungo. Le storie, però, raccontano che la direzione è quella giusta.




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