

Gaia Mencagli di è diplomata nell´estate 2011 presso il Liceo classico di Tarquinia. E' presidente uscente della consulta provinciale studentesca di Viterbo. Trasferitasi a Lystrup (comune di Århus, Danimarca) il 6 settembre 2011 per cercare un lavoro fino a Natale. Da gennaio frequenterá per sei mesi una “Højskole”, una forma di collegio che si focalizza in quattro ambiti: teatro, musica, ceramica, vita all´aperto. Da oggi inzia ciclicamente la sua ''corrispondenza'' per raccontarci l'esperienza di una ragazza italiana che studia e lavora all'estero (nelle foto in gallerie la ragazza e i suoi scatti d'autunno in Danimarca).
Salve, mi chiamo Gaia, e sto per raccontarvi della mia esperienza quassú, nel profondo nord, nella terra dei vichinghi e della sirenetta.
Ho appena finito il liceo e, come si usa in Danimarca, ho deciso di prendere un anno sabbatico, una pausa di riflessione.
Sono venuta in Danimarca perché mia madre é danese, quindi gran parte della mia famiglia é quassú, entrambe le mie sorelle vivono qui, ho delle amiche di vecchia data, ma perché dovrebbe essere piú facile trovare lavoro, un lavoro ben stipendiato.
Voglio lavorare per provare qualcosa che non ho mai fatto, e voglio lavorare per guadagnare i soldi per una “højskole”, un collegio d´arte, se cosí si puó chiamare, che inizieró a frequentare a gennaio qui in Danimarca.
Vivo da mia nonna, e ormai sono due mesi che mi sono trasferita.
Ancora non ho sperimentato questo lavoro cosí facile da trovare, cosí facile e ben pagato.
Partire per le terre del nord, dove c´é più benessere e dove ‘’tutto funziona bene’’, non vuol dire vedersi piovere lavori dal cielo.
In realtà, infatti, ho un piccolo lavoro part-time (3 ore a settimana) che mi sono trovata per caso tra le mani. Faccio la donna delle pulizie in un collettivo, per 120kr (18 euro) l´ora. Ben pagato forse sì, ma troppe poche ore e, stranamente rispetto allo standard danese, in nero. È per questo che ancora mi definisco disoccupata.
Essere disoccupata diventa molto piú stressante che avere un lavoro. Non avere un ritmo, creare le proprie giornate ogni giorno, trovare nuove idee e nuovi modi di agire, tattiche di azione strategia quantomeno per non demoralizzarsi comportano un grande dispendio di energie. Sconforto e irrequietezza fanno capolino troppo spesso, e se non fosse per i rapporti sociali, per l´aria fresca e lo svago costituito da libri, musica e danza, sarebbe impossibile da sopportare.
La cosa piú difficile é trovare un senso in quello che uno fa ogni giorno, e non sentire le proprie azioni come inutili.
È per questo che, sotto consiglio di una delle mie zie, ho deciso di cambiare punto di vista della realtá che sto vivendo. Cerco di non sentirmi piú come immigrata disoccupata, ma come una ricercatrice che sta facendo uno studio sociologico sulla “ricerca di lavoro” in Danimarca. Per documentare al meglio il suo studio, la ricercatrice sta vivendo appieno questa esperienza, calandosi nei panni di un´immigrata disoccupata, ma guardando, o cercando di guardare, con occhi che osservano e fotografano.
Fino ad ora ho vissuto, osservato e fotografato tante cose.
Il terzo giorno dopo il mio trasferimento, dopo aver risolto le questioni burocratiche, ho iniziato la ricerca lavorativa.
Ho iniziato con l´andare in giro per scuole materne ed asili nido, chiedendo se avevano bisogno di una supplente.
Durante la prima settimana ho girato circa 20 scuole, lasciando curriculum e tanti sorrisi. Via internet ho cercato lavoro come donna delle pulizie; sono andata in 2 teatri a chiedere se avevano bisogno di qualcuno al bar; sono andata in 2 bar a chiedere se avevano bisogno di qualcuno dietro al bancone.
Poi ho visto un annuncio di Amnesty International, sempre su internet, per un lavoro come “face-to-face” (quelle persone che ti fermano per strada, ti parlano dell´associazione, e ti chiedono se vuoi diventarne membro).
La seconda settimana riesco ad avere un colloquio con Amnesty international per il lavoro da “face-to-face”. La mattina mi chiamano per lavorare in un asilo come supplente, e il pomeriggio ho il colloquio. Ci metto tutta me stessa, e mi dicono che mi faranno sapere. Mi chiamano qualche giorno dopo e mi dicono che sono stata presa, o meglio presa per 7 giorni di prova (pagati), dopodiché si vedrá.
Il 4 ottobre vado al mio primo giorno di lavoro ad Amnesty International. Ormai sono sicura che ho trovato il mio lavoro e quindi, quando le varie scuole materne mi hanno chiamato per fare la supplente, ho detto sempre di no.
Sette giorni difficilissimi.
In quel breve tempo (escluso il fine settimana) ho dovuto studiare i progetti di Amnesty International, imparare a gestire le conversazioni con la gente per strada, imparare a parlare con distacco ma allo stesso tempo passione, convivere con l´ansia da prestazione e con i capi che giudicavano le mie capacitá in base al numero delle persone che convincevo ad iscriversi giornalmente
Non ce l´ho fatta, non hanno creduto in me, e dopo i sette giorni sono stata mandata via, sfiduciata e scoraggiata, con la sensazione di aver fallito.
Per fortuna tre giorni dopo sono arrivate le vacanze autunnali.
Il sedici ottobre sono volata in Italia a lasciarmi coccolare dall´ambiente familiare e più conosciuto.
Il 25 ottobre sono ritornata in Danimarca.
Mi sono rimboccata le maniche e ho riiniziato.
Prima di nuovo a combattere con la burocrazia per ricevere le stipendio per quei sette giorni con Amnesty. Qui funziona tutto via internet e se qualcuno non ti insegna le cose, é difficile impararle da soli.
Ho ricevuto lo stipendio.
Poi ho fatto un nuovo curriculum e mi sono iscritta a Job-net, una rete dove ti crei un profilo e dove compaiono le varie proposte di lavoro in ambiti e zona a propria scelta.
Non avevo piú voglia di andare personalmente a cercare, con la sensazione di dover vendermi ogni volta.
Attraverso job-net ho mandato 10 richieste come donna delle pulizie, 2 come cameriera, una come babysitter. Mi hanno risposto negativamente solo ad una.
Sabato 29 ottobre ho iniziato a cercare gli indirizzi di tutte le scuole materne del comune di Århus. Un´impresa, ho dovuto chiedere aiuto a mia zia.
Piú scuole materne hanno la possibilità di riuniscono in un raggruppamento che le contiene. Nel comune di Århus ci sono 87 di raggruppamenti. Di questi ottantasette, sono riuscita a mandare la mia richiesta di lavoro solo a 59, degli altri é impossibile trovare l´indirzzo e-mail. Per ora mi hanno risposto 16: 7 negativamente e 9 sul forse, dicendo che se e quando avranno bisogno di qualcuno chiameranno a me.
In tutto questo sto cercando di iscrivermi ad un corso di danese. Se devo diventare una vera ricercatrice-studentessa di sociologia che documenta la sua quotidianitá, devo saper scrivere anche in danese... Il parlato va molto bene, ma nello scritto ho parecchie lacune.
E cosí passa il mio autunno.
Il cielo grigio, la temperatura fredda, le foglie che diventano multicolori, rosse, arancioni, marroni, gialle... fino a cadere per terra.
Tutto é immobile, e le case sono avvolte da una fitta nebbia, gocce d´acqua sospese nell´aria che non si decidono né a salire né a cadere.
E io nella mia cameretta del secondo piano guardo fuori, anche io in sospensione, in queste giornate che si accorciano, in questo tempo senza sole, in questa terra senza ombre.
La bicicletta é il simbolo dei danesi. Silenziosa, veloce, pratica, dinamica.
Quasi tutti i giorni faccio 16 km in bici. Sono 8 km per arrivare ad Århus, e trovo sempre un buon motivo per andarci. È il mio respiro in giornate dove mi concentro troppo su lavoro che non ho, sul mio danese del quale non sono soddisfatta.
Mi hanno appena chiamato.
Un´agenzia di marketing attraverso job-net si é interessata a me leggendo il mio profilo. Anche una scuola materna mi ha appena chiamato dicendo che hanno bisogno di una supplente fino a Natale.
Chissá! Forse si inizia a vedere qualche cambiamento, qualche risultato, qualche cosa!
Una brezza d´aria nuova?! Uno spicchio di sole, un arcobaleno.
Gaia Mencagli