


VITERBO - “Non importa chi carica la lavastoviglie' né “chi ha lavato i piatti”: potrebbe sembrare un inno al disimpegno, soprattutto verso la casa e gli oggetti di uso quotidiano, ma l’azienda Fairy scrosta via dal pensiero comune anche questa sembianza. Facile… Come agire in 30 minuti per togliere lo sporco accumulato!
Il nuovo spot proposto dall’azienda delinea uno storytelling pragmatico e responsabile, che vede un’intera famiglia coinvolta attivamente nel “dopo mangiato”: sacro per gli italiani quanto il consumo degli stessi passi. La figlioletta con le cuffie, riempita la lavastoviglie, si dilegua nel suo mondo digitale, ma partecipa con entusiasmo alle faccende domestiche: l’ausilio è il nuovo Fairy 30 Minuti Miracle, promosso, tra l’altro, anche da una campagna con sottotitoli per non udenti. Un’iniziativa limpida e, ci auguriamo, in grado di fungere da modello per gli altri brand.
Oggi sembra vincere l’utilizzo prolungato di qualsiasi mezzo, per finalizzare il contatto con lo stesso alla massima soddisfazione e creare esperienze ripetibili. Anche la lavastoviglie, comodità ben più indifferente a noi frettolosi di quanto pensiamo, si è sofisticata in una macchina dalla rapidità rassicurante, tanto che servirsene è diventato una prassi e la sveltezza nelle azioni un imperativo.
Beh, maneggiare una stoviglia per levare via le macchie non procura piacere a nessuno, ma neanche delegare la cura della casa a tramiti tecnologici e incapaci di conforto. Però, se la lavastoviglie tornasse “a cuccia” grazie a capsule igienizzanti efficaci, sicuramente saremmo più in pace sia con il dovere della pulizia, sia col desiderio di lasciarle fare tutto per godere di momenti speciali con i nostri cari.
Il papà dice che “non importa chi la carica”, alludendo alla semplicità dei compiti di sua figlia, che torna a rilassarsi con la musica. Con un sorriso cordiale, invece, la mamma mette tutti a suo agio dicendo che non è importante nemmeno sciacquare i piatti: un’informazione che contiene una spirale di sottotesti, tra cui l’invito diretto a molte donne a non arrovellarsi per la propria dimensione domestica, atteggiamento praticato in passato. Il messaggio sembra essere positivo e simboleggiare premure non estenuanti verso i famigliari, ma – unica nota forse stonata – potrebbe uscirne snaturata la ripartizione dei compiti, da scegliere più in base a doveri e attitudini che a possibili inclinazioni biologiche.
Della serie… il papà è soddisfatto, la mamma si compiace di non dover aiutare e la figlia piomba indisturbata nelle sue preferenze di hobby. Siamo sicuri che ai genitori italiani interessi davvero instaurare un clima simile? 30 Minuti Miracle, ovviamente, non è demandato a rispondere a questo, ma a offrire, invece, un nuovo ventaglio di opzioni: occupare i 30 minuti di lavaggio rimanendo nelle proprie attività ricreative o riunirsi per aspettare che la macchina esegua il suo input?
Sono sempre meno le famiglie a scegliere la seconda e più naturale soluzione: lo spot non mostra come i tre, uniti dall’obiettivo di ottenere stoviglie pulite, abbiano trascorso il tempo del lavaggio, ma tutto culmina in un papà per cui la pentola che riluce “sì che conta!”.
La billboard, in questo caso, sostituisce un momento di gestazione che avrebbe potuto essere scaricato, forse come una lavastoviglie, o forse come uno spettatore che vive abitualmente con meno serenità di quanto uno spot lascerebbe presagire. Il fine commerciale è qui gratificato al pari di altri rimandi, che risultano nel complesso più morbidi e meno penetranti che in altre costruzioni sceniche.
L’impressione generale è quella di una situazione in cui la rapidità è esaltata al massimo, la collaborazione tra famigliari è un sostegno indispensabile e il reale legame che li unisce, però, sembra essere più volatile di quanto il progetto lasci intendere.