ANNO 16 n° 274
La difficile esistenza
di Giorgio De Vito raccontata in aula
dalla madre adottiva

VITERBO - Un’infanzia difficile ed un’adolescenza altrettanto complicata. L’abbandono della madre naturale e l’adozione. Una violenza alle scuole medie e la mancanza di punti fermi cui appigliarsi.

E’ ripreso ieri mattina nell’aula 4 del palazzo di giustizia viterbese il processo in Corte d’assise che vede sul banco degli imputati Giorgio De Vito, il 35enne napoletano accusato di aver ucciso Marcella Rizzello in concorso con l’ex compagna Mariola Henrijka Michta, già condannata con rito abbreviato a diciotto anni di carcere.

Ieri mattina, davanti alla Corte presieduta dal giudice Maurizio Pacioni, sono comparsi in qualità di testimoni la madre adottiva di De Vito, Lucia Maione, e i consulenti che, dopo averlo sottoposto a perizia psichiatrica, lo hanno dichiarato capace di intendere e di volere.

Ad aprire l’udienza è stata proprio la signora Maione, che ha raccontato la problematica esistenza del figlio adottivo, segnata fin dalla nascita. “E’ stato concepito dopo un rapporto incestuoso della madre con il padre della madre, cioè suo nonno”, ha ricordato la donna, che prese lo prese con sé dopo averlo trovato abbandonato alla periferia di Napoli. “Aveva due anni e mezzo”.

Ma a segnare l’esistenza di De Vito sono stati deficit fisici, quali lo scarso udito e la conseguente cattiva articolazione del linguaggio. “Era un bambino solitario, preso in giro dagli altri”, ha riferito la madre adottiva. Finisce le scuole elementari e alle medie un altro terribile episodio: viene chiuso in bagno da alcuni compagni che lo spogliano e lo violentano.

“Quando ha raggiunto la maggiore età gli ho raccontato il suo passato e lui è andato a cercare la madre naturale”. Che, però, lo rifiuta per la seconda volta. Dopo l’ennesima delusione decide di starsene per un po’ all’istituto Don Bosco di Napoli ma, dopo tre mesi, torna da Lucia Maione. Nel frattempo, viene esonerato dal servizio militare perché “troppo emotivo”, e intorno ai vent’anni prende la licenza media. L’equilibrio psicologico del giovane De Vito, però, è estremamente fragile.

All’età di 29 anni conosce Mariola Michta e, insieme, decidono di andare a vivere in una casa a Civita Castellana di proprietà di Lucia Maione. La svolta per iniziare una nuova vita, costruire una famiglia e avere finalmente un punto fermo: niente affatto. I due concepiscono una bambina che, però, la polacca non vuole e che tuttora vive con la signora Maione.

Il resto è cronaca recente, con un’aggiunta che non era stata resa nota: in carcere De Vito ha tentato il suicidio impiccandosi, per questo, adesso, gli vengono somministrati psicofarmaci.

L’insieme di tutte queste “drammatiche esperienze hanno portato l’imputato a sviluppare una personalità impulsiva ed aggressiva che lo ha spesso spinto alla violenza fisica per sfogarsi”. Questo, in estrema sintesi, il profilo psicologico tracciato dai periti Maurizio Marasco, Cristiana Murera e Gianbattista Traverso, secondo i quali, tuttavia, De Vito non è affetto di malattie cliniche che gli impediscono di intendere e di volere.

La seduta di ieri si è conclusa con la deposizione dei medici legali che hanno eseguito l’esame autoptico sul corpo della vittima e che hanno fatto luce sull’ora esatta in cui si sarebbe consumato il terribile omicidio: le 13. Un quarto d’ora prima rispetto al ritrovamento da parte del compagno Francesco Vincenzi (aveva rinvenuto il cadavere di Marcella intorno alle 13,15); e 40 minuti prima l’ingresso al Cto Alesini di Roma di Mariola Michta. Già condannata.




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