

VITERBO – Un sogno che si trasforma nel peggiore degli incubi. Un desiderio di maternità così forte da tentare ogni cosa: dal calcolo dell’ovulazione agli stick. Da rapporti intimi programmati fino all’inseminazione artificiale. Ennesimo tentativo per raggiungere quello che da sempre aveva sognato: un bambino.
Ma non c’è lieto fine nella storia di una giovane coppia viterbese, che, da quel giorno, vive una tragedia che oscilla tra sale d’ospedale e aule di tribunale.
Siamo al 17 marzo 2011, quando, dopo numerosi incontri con il proprio ginecologo, la donna decide di sottoporsi ad inseminazione artificiale: ''Andai allo studio del Dott. L.S., intorno alle 10 – aveva spiegato davanti al Giudice Mattei durante l’udienza dello scorso maggio – mi fece sdraiare sul lettino e, dopo aver prelevato del liquido seminale da mio marito, andò avanti con l’intervento. Non durò più di mezz’ora: sentivo dei forti dolori, persi tanto sangue, ma mi rassicurò.''.
Rassicurazioni, che, però, non sono bastate a tranquillizzare la donna, quando, dal giorno dopo e per i successivi dieci, ha dovuto combattere con tremori e febbri altissime: ''Lo chiamavo per chiedere il perché del mio stato: continuava a ripetere che fosse tutto normale – aveva proseguito la donna, palesemente stanca e turbata – decisi di andare in ospedale: mi ricoverarono d’urgenza e mi diagnosticarono una setticemia.''.
25 giorni di ricovero, poi le dimissioni durate 72 ore. Di nuovo all’ospedale di Belcolle e, infine, il trasferimento a Villa San Pietro, per la più dura delle verità: sottoposta ad asportazione della tuba e dell’ovaia destre, ora non può più avere figli.
''Lo studio di Capranica, in cui la donna fu operata non aveva l’autorizzazione a svolgere attività – aveva sottolineato il Dott. Zingali, dirigente medico della Asl, nell’ufficio Igiene – ma soprattutto il medico in questione non poteva esercitare al di fuori dell’azienda pubblica: non è stata ritrovata alcuna attestazione di libera professione.''.
Un medico non abilitato, dunque. E uno studio inadatto. Al suo interno nessuna delle apparecchiature previste dalla legge: non un lettino operatorio chiuso da vetro, non un microscopio, non un termostato né una centrifuga. Tantomeno un raccoglitore sterile di liquido seminale.
Ora la giovane coppia attende giustizia. Ed oggi si tornerà in aula per una nuova udienza, un piccolo ulteriore passo verso la verità.