ANNO 16 n° 275
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Il colore delle parole
nel teatro di Palazzetti
e Ciucci Giuliani
di Quirino Galli

di Quirino Galli 

VITERBO - Fin dall’antichità, il coinvolgimento del pubblico è nell’essenza del teatro. Infatti, tra palcoscenico e platea, nel corso della rappresentazione, si ha un costante riversamento di energia psichica, sia perché la presenza dell’attore attrae l’attenzione degli spettatori, sia perché questi condizionano l’intensità espressiva dell’attore. Ciò può avvenire in diversi modi: nella commedia classica, e per imitazione nella commedia rinascimentale, tanto il Prologo, quanto un singolo personaggio si rivolge al pubblico, mentre nella commedia moderna è la costruzione del divenire della vicenda scenica che porta il pubblico a porsi accanto al personaggio. Un tale percorso è addirittura sostanziale in qualunque composizione di carattere tragico, o drammatico. Ma vi sono periodi storici in cui la scena, nella sua soggettività, è distante dal pubblico ed è il momento del teatro letterario dei secoli XVII e XVIII, perché in questi momenti il teatro lascia emergere un’altra delle sue essenze: la finzione, in virtù della quale il teatro è una grande bugia, seppur necessaria, perché creata dall’uomo stesso.

Di queste tematiche e problematiche Michele Palazzetti e chi collabora con lui sulla scena, Andrea Ciucci Giuliani, sono pienamente consapevoli.

E allora, la loro performance, per dirla alla francese è un jex teatral, ovvero un divenire qualcosa, un fingere di essere per creare una convergenza di tensioni psichiche che portano all’invenzione di una condizione di creatività collettiva, nella quale il divertimento è un momento di liberazione, di conquista di una dimensione che supera temporaneamente le strettoie del vivere quotidiano.

Lo spettacolo di Michele Palazzetti e di Andrea Ciucci Giuliani, visto e interpretato anche dal pubblico, il primo marzo al Teatro Tenda di Viterbo, ha, infatti, per tema la comunicazione, ovvero il dialogo, con le sue finalità e i suoi colori, tra due soggetti, tra loro legati da un rapporto, o affettivo o sociale; un dialogo che, correttamente, nasce prima tra palcoscenico e platea e poi all’interno del pubblico e che porta questo più ad un’autoironia che all’urto con l’incomunicabilità. Infatti, per quanto posto in una condizione di creazione, il singolo spettatore non riesce a sottrarsi ai modelli del parlare quotidiano; per cui, la comunicazione si fa meccanica, ripetitiva, stereotipata, generando motivi di comicità.

Di queste forme di spettacolo oggi se ne sono viste altre, ma non tutte riescono a sollevarsi dalla banalità, dalla ricerca di una originalità pretestuosa e per nulla creativa. Al contrario, lo spettacolo di Michele Palazzetti è garbato e accattivante nella sua realizzazione, quando collega le esibizioni degli improvvisati attori, ma soprattutto reca in sé la consistenza di un patrimonio culturale che, senza alcuna ostentazione, resta implicito e vitale nel corso dell’intera rappresentazione.

 

 

 

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