ANNO 16 n° 270
Giubileo è pienezza, pienezza è imperfezione: ecco lo spot che lo racconta (e ci racconta)
Rubrica 'Pubblicittà' a cura di Elsa Berardi

Prima di iniziare, una Preghiera di Riconoscenza al nostro Pontefice Francesco, scomparso oggi 21 aprile 2025. 

'Non abbiate paura della bontà e neanche della tenerezza', questa una delle sue frasi più colme di speranza. 

Depositi di speranza, contenitori di fede, barili di ampiezza di spirito, bottiglie di emozioni in pioggia: siamo semplicemente materia grezza che si innalza nel bello, l’oggetto di un Creato mistico e impercettibile da non barattare con le cose.

Quel fulgido pacifista di Kant, infatti, ci pregava di servirci delle occasioni e non delle persone che le animano, essendo ognuno di noi involucro di sentimenti purissimi.

Ma cosa possiamo ancora accettare, ai tempi delle AI e delle facilitazioni automatiche, di queste immense verità svelate? Siamo colpevoli nel progresso… O nella sua mancata estensione a tutti, anche agli utenti più fragili? E soprattutto, la fede è una sistemica antologia di profili o una mandorla di luce che sa già, che riflette il vero, che non può consumarsi nella novità immanente?

Il Giubileo 2025 ci rammenta che il cammino della vita inizia sempre con un timido passo, seguito da meravigliose e cicliche sorprese: un mattone alla volta, potremmo dire con spassionata ironia, s’è fatta Roma, magnificente e sovrana… Ma la nostra Viterbo, energia imprenditoriale, culturale e sociale elevata a centro abitato, non è stata di certo gregaria.

Abbiamo mille varietà di passatempi esclusivi, dai rinomati bagni nelle terme alle degustazioni ispirate ai prodotti tipici, ci nutriamo costantemente di frenetiche attività e ci accomodiamo, non casualmente, sulla buona riuscita di un concept, di un’esperienza, di un contesto comunitario. Ma cosa siamo prima di inventare? Essendo noi stessi creature del genio di Dio, cosa possiamo imparare dagli atti quotidiani di risveglio, di fondazione dello spirito?

Lo spot dedicato alla Roma giubilare del 2025 è scandito dalla possenza di attimi quotidiani, dal risveglio impacciato di una giovane a un bambino che impara a camminare con il supporto della mamma. Ogni semplice carezza ai nostri giorni, travagliati e contaminati dalla malattia della sfiducia, “muove lo spirito e il cuore”, come le onde dei capelli al vento, un buon libro sorbito in campagna e l’ilarità di un papà che porta il “pupo” sulle spalle.

Un traghettatore di verità, come dovrebbe essere l’uomo, la donna di Dio: il devoto non si diletta in eufemismi, ma accetta il potere dell’evoluzione a partire dalla caduta. Ricalca un po’, se ci si pensa, l’esempio virtuoso di Saulo, quel pellegrino di grandezza che è diventato il patrono di Roma: l’amatissimo, venerato San Paolo.

Non si vada a capo, ma si colga il respiro eterno della creazione in un fotografo che accoglie la sua bella, in due giovani che fiutano l’amore: uno sguardo serenissimo fiocca tra i loro volti, muovendoli a immergersi nella Capitale dell’incredibile. Come un disegno che esiste davvero, Roma consegna ai cuori dei pellegrini il lascito della “città che abbraccia il mondo”: beata, colossale, tradizionale e fresca al contempo. È dove la perdizione è annientata dalla fede, l’inanità è prosciugata dalla ragione e la miscredenza, come una figlia infelice, è rassicurata dalla Madre Celeste che fonda la comunità cristiana.

Una creatura angelica che è donna e figlia nello stesso istante, che ha bisogno di consolazione per la perdita di Gesù, l’Uomo pieno di risorse che ha cresciuto con cuore nobile e il testardo agnello del Padre che ha sfidato le angherie dei deboli. E invece, è riemerso!

Come a Zaccheo che si innalza sull’albero per godere di una visione migliore, oltre che di una vista più agevole, la fede ci insegna che la comodità è il frutto di adattamenti successivi, ma la salvezza più intima è energia che crea, mai un derivato: raggiungerla può comportare sforzi indicibili, ma quando l’anima l’ha assorbita, eccola mettere in fila il passato con il presente in una linea continua d’amore, generazionale, per l’appunto.

Come, in successione, un padre che chiede scusa ai figli per i modi bruschi, i figli che chiedono venia per la loro insolenza e i figli dei figli che si compiacciono per quanta bellezza, ancora migliorabile, è entrata nella finestra della vita. Perché smettere di essere redenti? Perché smettere di essere sbagliati, vulnerabili, limitatamente incoerenti?

Nella colonna sonora dello spot, che evoca atmosfere grandiose, il vizio sembra sciogliere la conquista del bene in una replica infinita del perdono: anche le zone d’ombra, se sane e controllate, possono essere protagoniste del risalire. Anche i sentimenti sconnessi, le emozioni senza nome e le perplessità possono risplendere nel tratto di strada della benedizione. Anche l’incostanza, la gelosia non avida di possesso e la rabbia, l’arguzia non meschina possono concorrere a farci vincere il trofeo del Bene, giocando per la nostra salvezza come memo occasionali: dei messaggi vocali striduli che è bene non riprodurre spesso, ma che è male trascurare, dipingendosi perfetti.

Un augurio di stupore e meraviglia a lettori e lettrici per una Pasqua e un Lunedì dell’Angelo ricchi di giubilo, vita, sostanza!




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