ANNO 16 n° 274
Giallo di Gradoli,
Procura intenzionata
ad impugnare
la sentenza d’Appello

VITERBO – Non ci sono ancora i crismi dell’ufficialità – nel senso che all’indirizzo della Procura di Roma non è stato depositato alcun atto - ma la notizia inizia ormai a circolare insistentemente nei corridoi di via de Lellis. In breve: il sostituto Renzo Petroselli avrebbe tutta l’intenzione di impugnare la sentenza emessa il 21 giugno scorso dalla Corte d’assise d’Appello capitolina nei confronti di Ala Ceoban.

La giovane moldava, in particolare, insieme all’amante e cognato Paolo Esposito, era stata condannata in primo grado al carcere a vita per l’uccisione di Tatiana Ceoban (sorella della prima e compagna della seconda) e della figlia appena adolescente Elena. Mentre all’elettricista di Gradoli la Corte del giudice Mario Lucia D’Andria aveva confermato l’ergastolo, ad Ala erano stati comminati otto anni per favoreggiamento. Verdetto che, di fatto, aveva stravolto per intero (o quasi) il quadro accusatorio, rendendo quello che ha cittadinanza sulle cronache come “il giallo di Gradoli” ancora più giallo.

Ecco perché. Nell’ingarbugliata faccenda, fino al 21 giugno, Ala era stata considerata la “mente” del duplice omicidio. Lei, disinvolta e graziosa, molto più giovane della sorella Tatiana, era arrivata in Italia e aveva accalappiato il cognato con l’intenzione di prendere il posto di Tania nella villetta di Cannicelle e nel cuore della piccola Erika (la bambina nata dalla relazione tra Tania ed Esposito). Quindi lo aveva convinto a sbarazzarsi di sorella e nipote e, insieme, avevano ordito il piano diabolico. Lei non aveva partecipato materialmente al delitto, ma lo aveva pianificato, aiutando poi Esposito nell’occultamento dei due cadaveri.

Questa la ricostruzione che, il 13 maggio 2011, aveva portato il collegio viterbese presieduto dal giudice Maurizio Pacioni a condannare entrambi al carcere a vita. In Appello il colpo di scena: il delitto non era stato premeditato, Ala non aveva partecipato all’omicidio, ma soltanto favorito Esposito a nascondere i corpi. Per lei la condanna ad otto anni, di cui tre già scontati (il suo arresto è datato 5 agosto 2009). Esposito (in carcere dal 1° luglio 2009), dunque, aveva ucciso la figliastra e la madre di Erika, la sua figlioletta, da solo in un delitto d’impeto.

Convinti di essere di fronte ad una sentenza “traballante”, alla luce di due ricostruzioni dei fatti in contrasto l’una con l’altra, gli avvocati della difesa qualche giorno fa hanno confermato che ricorreranno al terzo grado di giudizio. “Dovremmo depositare entro settembre, anche se i termini scadranno nel mese di ottobre”, hanno reso noto gli avvocati Enrico Valentini e Piefrancesco Bruno. Ma, stando a quanto si apprende, non saranno i soli. Pare infatti che anche la Procura viterbese abbia tutta l’intenzione di impugnare la sentenza di secondo grado emessa nei confronti di Ala. Per motivazioni diametralmente opposte rispetto a quelle del collegio difensivo ovviamente: sin dall’inizio, infatti,

forte dei tabulati telefonici, dei filmati amatoriali a luci rosse che ritraevano i due amanti in atteggiamenti inequivocabili e, non ultime, delle famose tracce ematiche rinvenute nella villetta di Cannicelle di proprietà di Esposito, presunto teatro della mattanza, il pool inquirente di casa nostra ha sempre rimarcato la solidità del castello accusatorio e, in particolare, della ricostruzione fatta durante la fase delle indagini preliminari e in sede processuale. Il capitolo terzo del giallo di Gradoli sta per avere inizio.

 

 

 




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