ANNO 16 n° 273
La banda Giuliano durante il processo a Viterbo
Frank Mannino: ''Sparò un solo uomo con esperienza di armi fatta in Russia''

VITERBO – ''Non fummo noi della banda di Salvatore Giuliano a compiere la strage di Portella delle ginestre, il 1° maggio 1947. A Sparare fu uno solo che aveva avuto esperienza di armi in Russia''. Così, in un’intervista al quotidiano genovese ''Il Corriere Mercantile'', Frank Mannino, uno degli uomini più vicini a Turi – così veniva chiamato comunemente Giuliano dai suoi picciotti -, condannato a due ergastoli dalla Corte d’Assise di Viterbo, dove fu celebrato il celebre processo, oggi predicatore dei Testimoni di Geova.

Mannino, nell’intervista, racconta anche altre ''sue’'' verità: in primo luogo smentisce l’ipotesi che l’uomo trivellato di colpi di fucile e sepolto nella tomba di Montelepre, suo paese natale, non sia il bandito Giuliano ma un osia. ''Turi è morto – ha detto Mannino -, mi hanno cercato in tanti quando è stato riesumato il cadavere. Ma per me non ci sono dubbi, quelli sono i suoi resti, non di un sosia''.

Nemmeno sulle cause della morte di Giuliano, Mannino ha dubbi: ''Non credo che Turi sia stato ammazzato da Gaspare Pisciotta, suo cugino - ha concluso -, lui l'ha tradito, ma il vero assassino è chi organizzò l'agguato. Pisciotta m'é morto tra le braccia all'Ucciardone, ucciso con il veleno nel caffé''.

Mannino ha poi ricordato la sua lunghissima amicizia Turi: ''Eravamo bambini insieme a Montelepre. Scoprii dopo un po' di tempo che era colonnello dell'Elvis, l'esercito di volontari per la liberazione della Sicilia di cui facevo parte anche io. Giuliano ha aggiunto - non era cattivo. Cominciò a uccidere quando i carabinieri lo fermarono per la terza volta e gli sequestrarono il grano che stava contrabbandando''.

Poi ha ribadito ciò che ha sempre sostenuto: ''Quel 1° maggio a Portella della Ginestra io non c'ero''. Ma i giudici della Corte d’Assise di Viterbo non dette credito alle sue dichiarazioni, tanto che lo condannò a due ergastoli. ''Io - ha affermato - facevo parte del gruppo che, in seno alla banda, si occupava di sequestri e a Portella non ci andai. Ho preso parte solo a due conflitti a fuoco per fortuna senza morti. Poi dopo la Liberazione la mia fede mi ha convinto a dire tutto accollandomi anche un sequestro di persona che mi tornò in mente ascoltando un altro bandito''. 




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