


di Monica Di Lecce
VITERBO - Che cosa si nasconde dietro i femminicidi? Cosa muove la psiche degli uomini che si macchiano di questo delitto? Come si può contrastare il fenomeno? A queste domande Adriana Pannitteri, giornalista e conduttrice televisiva, risponderà a partire dalle 17.30 al ''Salotto delle 6, giallo cronaca'', il festival dell’associazione Hypothesis, ideato e diretto da Pasquale Bottone, in corso di svolgimento alla biblioteca comunale degli Ardenti.
Il focus prende spunto dall’ultimo libro della giornalista, ''Cronaca di un delitto annunciato'', un romanzo che – come dichiarato dalla stessa autrice – le ha consentito di affacciarsi sull’orlo del precipizio.
Adriana Pannitteri, cosa ha visto in quel precipizio?
''Il libro è liberamente ispirato a una storia vera. Racchiude tutta l’emotività di un racconto dal tragico epilogo. In qualche modo ci porta all’interno delle contraddizioni dell’essere umano. E’ inevitabile, da un lato, cercare di guardare con distacco la vicenda e, dall’altro, così come ho sempre fatto nei miei saggi (questo è il suo primo romanzo ndr), cercare di avvicinarsi il più possibile a capire che cosa c’è nei meandri della psiche. Questo è il binario su cui mi sono sempre mossa''.
Secondo lei che cosa si nasconde nella psiche degli uomini che si macchiano di questo delitto?
''Il femminicidio è un delitto molto particolare in cui – a mio avviso - ci sono più componenti. Da un lato c’è un aspetto culturale vero e proprio: gli uomini non hanno capito che le donne chiedono degli spazi di libertà e di autonomia. Talvolta basta anche semplicemente che la donna rivendichi la propria identità in quanto donna, che scattano dei meccanismi, anche inconsci, nell’uomo di prevaricazione e di vendetta. Dall’altro lato, io credo che, esattamente come accade al protagonista del mio libro, siamo di fronte a una vera e propria malattia mentale: quella fragilità, quella crisi si trasforma in una vera e propria patologia con caratteristiche psichiche ben chiare per cui si passa da questo sentimento umano normale in qualsiasi coppia, alla rabbia, alla vendetta, all’odio, all’annullamento, alla possibilità anche di eliminare l’altra persona come se niente fosse, pensando che distruggendo l’altro si possano risolve i propri problemi. Il femminicidio è un reato ''democratico'' nel senso che è molto trasversale: attraversa categorie che sono acculturate, che non vivono in ambienti criminali, che fanno parte della società civile. È delicato dire qual è la ragione unica''.
Oggi si parla molto di femmicidio, ma questa maggiore sensibilità perché non si traduce in una flessione di questo delitto?
''Se ne parla di più, ma spesso accade che si traduca solo in un dato statistico. Prima la parola compariva raramente nelle cronache, ora di più ma ci si limita a un fatto di cronaca. Pertanto credo che parlarne in maniera superficiale serva a poco e diventa solo statistica. Ritengo invece che sia necessario quel tipo di lavoro che sto facendo soprattutto nelle scuole: un lavoro di sensibilizzazione in un’età dove è maggiore la possibilità per una persona di riflettere su certi argomenti. In questo anche il mio romanzo, che sto portando nelle scuole e in alcune è stato adottato come libro di narrativa, può essere d’aiuto''.
Secondo lei il femminicidio può essere il frutto di una diseducazione sentimentale?
''Secondo me la società civile ha trascurato l’educazione ai sentimenti o anche la comprensione dei sentimenti perché oggi si dà per scontato che dobbiamo essere razionali e discernere il bene dal male e questo però spesso non accade. Ho incontrato ragazzi nelle scuole la cui educazione ai sentimenti è pari a zero perché vivono in famiglie dove non si parlano, dove non si affrontano certi argomenti o perché tutti dobbiamo essere razionali e poi, se accade qualcosa, è perché è stato il mostro. Questa contraddizione andrebbe tirata fuori. Sarebbe utile ripristinare nelle scuole gli sportelli psicologici, tagliati per mancanza di risorse. Credo, però, che anche la lettura possa essere utile per lavorare sui sentimenti''.