


Veronica Ruggiero
TARQUINIA - Ci sono anche Paolo Zampolini e Giorgio Mazzacurati, due astrofili amatoriali del gruppo astrofili Galileo Galilei di Tarquinia, nel team che ha scoperto le stelle siamesi nella costellazione dell’Auriga. Un sistema binario a contatto composto da due corpi celesti uniti tra loro con luminosità variabile, posto a 800 anni luce dal nostro pianeta. Lo studio del fenomeno, che ha trovato riscontro e riconoscimento da parte dell' AAVSO (American Association of Variable Star Observer), ha visto impegnati vari gruppi di astrofili amatoriali nella zone tra Siena e Napoli.

''Lo studio è partito dall’osservazione da parte di un socio del gruppo astrofili di Palidoro – ha raccontato Paolo Zampolini astrofilo del Galileo Galilei – di un’oscillazione di luminosità di una stella. Da febbraio 2019 hanno quindi iniziato attraverso svariate osservazioni a studiare il fenomeno, salvo poi coinvolgere noi e altri gruppi astrofili dotati di strumentazione adeguata, per avere supporto nello studio del corpo celeste''.
Le due stelle, di diversa dimensione, ruotano una intorno all’altra scambiandosi continuamente materiale. Gli astrofili erano convinti di osservare una nuova stella variabile, cioè un corpo celeste la cui luminosità apparente varia nel tempo, mentre in seguito all’elaborazione dei dati si sono resi conto che la luminosità subiva un calo ad intervalli regolari di circa 8.6 ore.

''Siamo riusciti ad escludere la possibilità di una stella variabile nel momento in cui ci siamo resi conto che la luminosità della stella toccava il suo minimo ogni 8.6 ore – ha continuato Zampolini – A quel punto rielaborando i dati abbiamo capito che si trattava di un sistema binario a contatto in cui una stella transitava davanti all’altra, quasi eclissandola, ogni 8.6 ore. I due corpi si scambiano materia e girano in una sorta di valzer vorticoso e il centro di massa del sistema è all’interno della stella più grossa, che risulta essere poco più piccola rispetto al sole''.
La scoperta, che non ha una particolare ricaduta nel mondo scientifico nonostante si tratti di un fenomeno raro, è eccezionale proprio perché effettuata da amatoriali.
''Negli ultimi anni capita sempre più spesso che gli amatoriali scoprano nuovi corpi celesti – conclude Zampolini – anche la scoperta dell’ultima cometa intergalattica è stata fatta da osservatori appassionati non professionisti, nonostante la strumentazione in dotazione sia nettamente inferiore rispetto a quella utilizzata dagli astronomi. Siamo però in molti a cercare di capire cosa avviene nell’universo, incuriositi da quello che c’è al di là dei confini terrestri, e il numero degli astrofili con occhi puntati verso il firmamento è nettamente superiore rispetto a quello dei professionisti''.