ANNO 16 n° 275
Dierre fa bene a parlare di ingressi… Ma non dimentichiamoci delle porte di uscita!
Rubrica 'Pubblicittà' a cura di Elsa Berardi

VITERBO - La vita è un cammino: lo sappiamo tutti, vero? No, non si chiede per un amico che ha il dubbio amletico, ma per un’intera società che ha reimparato a buttarsi nella vita, specialmente per quanto è avvenuto dopo l’ostacolo della pandemia. I giovani, tacciati di trovare splendore nei soli videogame, sono invece alla ricerca di relazioni autentiche; si fanno più feste in famiglia, si sparecchiano tante tavole discutendo e se ne apparecchiano altrettante ricominciando. Ma come mai stupirci del normale?

“È la vita che ti porta”: questo il titolo della nuova campagna promozionale, trasmessa sui consueti canali digitali, dell’azienda Dierre, che nel suo sito ufficiale paragona le porte a varchi con entrata diretta nel futuro (ibidem). Un messaggio, forte, solido, che ripercorre l’importanza del contatto con gli altri e con le esperienze edificanti di tutti i giorni.

La vita, secondo lo spot attuale di Dierre, porta in alto e porta bellezza. Quest’ultima cornice, esistenziale e razionale al contempo, è rappresentata dallo scodinzolare di un cagnolino stupendo, che, ricevuto dal suo piccolo padrone, diventa il benvenuto in una casa pronta ad accoglierlo. Sentimenti che solo l’unione reciproca e la purezza del vivere sono in grado di risvegliare a ogni tappa, lasciandoci immersi in momenti davvero magici.

Una delle scene del messaggio pubblicitario, afferrate senza essere giudicate, è quella che inquadra due conviventi in un aspro diverbio, accompagnata da una descrizione eloquente: “alcune porte in faccia”. Poi lo scompiglio, la discoteca piena, seguito ciclicamente dalla meraviglia: una ragazza si ossigena in un paesaggio naturale, affondando le braccia nella maestosità. La narrazione proposta è di grande inclusività, essendo trasversale: attraverso il suo veicolo di messaggi comprensibili, di veloce associazione alle immagini, fa vedere che due bambini innamorati pasteggiano la natura che li circonda come una tempera, quasi a crescere attraverso un flusso di rimandi che vivificano l’estro e la spontaneità.

Siamo porte aperte, di ingresso alle sensazioni; non dobbiamo gettarci in un reggaeton per alleviare il frastuono intorno, ma non necessariamente la combo sregolatezza-paesaggi naturali è descrittiva della vita di tutti: reggaeton non è certamente solo scompiglio, ma liberazione del divertimento; una montagna da scalare può talvolta essere una terapia d’urto, ma se la scaliamo in compagnia, concedendoci uno strudel di tanto in tanto, il nostro fiato rimane intatto e il nostro cuore si riempie di amore.

Lo strudel va bene anche con panna, ovviamente. Anche immortalato con la fotocamera dello smartphone. Anche condiviso con un vicino di tavolo o strappato, in cambio di due chiacchiere, all’amico che conosciamo per caso, complimentandoci per il suo berretto.

E va benissimo papparselo in famiglia, con la propria mezza mela (e un po’ di cannella) al fianco; litigarselo tra fratelli dietro la minaccia della Play staccata o condividerselo affettuosamente. Nazionalpopolare e al contempo ermetico, come il nostro mondo, come i nostri attimi di contatto con un mezzo che lo descrive.

Siamo tutti i benvenuti nella casa della vita, ma ricordiamo di fare aria, di far circolare qualche tossina fuori da noi: porte aperte ok, ma non spalanchiamoci a chi, in montagna con noi, ci ricorda che siamo sbagliati, che preferiva il mare. Così il paesaggio, con la guida indomita del nostro essere e di chi lo ama, sarà un quadro di felicità.




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