ANNO 16 n° 274
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Fais durante uno dei tanti convegni di cui č stato relatore
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''Dall'Oriente possiamo imparare a gestire meglio la nostra economia''
A tu per tu con lo scrittore Andrea Fais, giā ospite di Caffeina

VITERBO - Ha soltanto 29 anni, è giornalista e ha già al suo attivo diverse pubblicazioni che hanno per oggetto cultura ed economia dell’Est. Grande conoscitore della Cina e delle realtà post-sovietiche, è collaboratore del quotidiano cinese in lingua inglese “Global Times”, della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, delle riviste russe “Journal of Eurasian Affairs” e “Geopolitika”. Lui è Andrea Fais, conosciuto al pubblico viterbese per la partecipazione alla scorsa edizione di Caffeina, quando ha presentato l’incontro ''Eurasia, politica economica. Nuove frontiere nel mondo del lavoro'', argomento attuale e destinato ad aprire nuovi scenari e prospettive di sviluppo nel mondo contemporaneo. Proprio come l’ultimo libro, ''La Via della Seta. Vecchie e nuove strategie tra la Cina e il bacino del Mediterraneo'', di cui è coautore insieme ad altri sei saggisti, che è stato presentato lunedì 24 febbraio scorso presso l’Ambasciata cinese a Roma.

E' proprio in questa circostanza che abbiamo incontrato in Fais e abbiamo colto l'occasione per fargli alcune domande. 

Lei è molto giovane ma vanta già un curriculum di tutto rispetto. Colpisce, in particolare, la sua ampia conoscenza delle politiche economiche e sociali asiatiche. Come è nato il suo interesse per questi studi?

È nato da una grande passione per l'Oriente nello specifico, e per la politica internazionale nel suo complesso. È forse anche lo scoramento provato di fronte al desolante panorama editoriale e culturale italiano che ha lasciato emergere così rapidamente l'esigenza di guardare oltre i confini del proprio vissuto quotidiano. Negli ultimi anni il dibattito sugli esteri in Italia è stato di fatto abbandonato, confinato a qualche piccolo approfondimento televisivo solitamente in orari proibitivi, come la tarda notte o la domenica pomeriggio. Se a questo aggiungiamo la scomparsa pressoché definitiva della geografia dall'elenco delle materie d'insegnamento negli istituti superiori di ogni ordine e grado, ci troviamo davanti ad un quadro preoccupante. Oggi giorno, quando si parla di politica estera, l'italiano medio è portato a pensare alla sola Unione Europea e ai viaggi che i nostri governanti devono compiere per trattare con le autorità centrali di Bruxelles e Francoforte. Sembra quasi di essere tornati a quell'eurocentrismo che saturò le cancellerie del XIX secolo, creando le precondizioni alla base del disastro delle due guerre mondiali nel secolo successivo.

É importante capire anzitutto che il XXI secolo non sarà un “nuovo secolo americano”, come immaginato dai teorici neo-conservatori statunitensi quasi venti anni fa, e nemmeno un secolo “atlantico” o “euro-americano”. Sarà un secolo multipolare, nel quale non soltanto ritrovati attori come Russia, Cina, India, Iran e Turchia torneranno a recitare un ruolo di estrema importanza sullo scacchiere internazionale ma anche inedite potenze regionali come Brasile, Indonesia, Kazakhstan e Sud Africa contribuiranno ad una significativa ridefinizione degli equilibri economici globali. Conoscere il mondo in modo meno superficiale sarà una realtà a cui adeguarsi necessariamente. L'italiano medio dovrà passare da generico fruitore turistico occidentale a rispettoso osservatore e potenziale partner. L'Italia rischia di essere tagliata fuori da questo processo di rinnovamento globale se continuerà a produrre una classe dirigente incapace di costruire una visione strategica al passo coi tempi. 

Ha compiuto già qualche viaggio nei Paesi oggetto dei suoi studi?

Sono stato in Russia ed entro l'anno dovrei raggiungere, assieme ad alcuni miei colleghi, anche la Cina. Per l'Asia Centrale vedremo se le disponibilità economiche lo consentiranno. La rivista di studi geopolitici “Eurasia” segue anche in questo l'idea metodologica di uno degli antesignani del pensiero eurasiatista, cioè l'etnografo russo Lev Nikolaevich Gumilev. Secondo lui, la conoscenza profonda di una realtà è possibile soltanto attraverso 1'immersione all'interno del contesto geografico che si vuole prendere in esame. Partendo dalla realistica consapevolezza che vi sono diverse inconciliabilità tra gli europei e gli asiatici, è comunque possibile trovare molti più punti di incontro di quanti si pensi. Proprio di recente, nella conferenza da Lei citata svolta a Roma e nel corso di un precedente seminario aperto svolto a Perugia, abbiamo proposto al pubblico il tema del ritorno alle vie terrestri, e in particolare alla Via della Seta. L'eredità storica dei secoli scorsi non è fatta soltanto di guerre e scontri tra greci e persiani, romani e parti, ungheresi e mongoli, russi e tartari, legati cristiani e ottomani, come vorrebbero vecchi teorici anglofoni quali Rudyard Kipling e Halford Mackinder. Ci sono migliaia di episodi di segno nettamente opposto, che ci raccontano di scambi culturali e commerciali tra popoli dell'Ovest e popoli dell'Est. Non mancano poi le comunanze etnografiche che rendono meno rigidi i rispettivi confini continentali, schematicamente posti all'altezza degli Urali. Basti pensare alle origini asiatiche degli ungheresi, dei finlandesi e degli estoni o alle origini indoeuropee di tutti i popoli slavi, russi compresi, di molti iraniani, dei tagiki, dei pashtun afghani o degli osseti. 

Cosa la colpisce delle realtà post-sovietiche?

L'URSS mise insieme decine di etnie diverse, cercando di dare una logica politica all'immensa espansione degli Zar nei due secoli precedenti. Da un lato l'esperimento sovietico ha dato dei buoni risultati, visto che popolazioni sino a cento anni fa dedite al nomadismo e alla pastorizia, oggi gestiscono colossi petroliferi, aziende metallurgiche, complessi minerari, banche d'investimento e istituti di alta tecnologia. Dall'altro era prevedibile che le popolazioni musulmane dell'Unione col tempo avrebbero sfruttato una qualunque situazione di declino interno per seguire una propria via indipendente. In alcuni casi, come in Kazakhstan e in Azerbaigian, questo ha portato alla nascita di nuovi Stati piuttosto stabili e dotati di una notevole capacità economica. In altri, purtroppo, l'intrinseca debolezza delle “nuove” strutture istituzionali ha portato alla guerra civile e alla diffusione del terrorismo, come in Tagikistan, in Kirghizistan e in Uzbekistan.

Nonostante la vulgata ideologica anticomunista si affanni a sostenere il contrario, i russi non hanno mai veramente annientato le culture locali autoctone, lasciando intatto gran parte del patrimonio artistico e religioso presente nelle province e nelle repubbliche autonome che componevano il mega-Stato sovietico. È ancora possibile visitare in tutta la loro bellezza le meraviglie storiche offerte da centri come Samarcanda, Bukhara o la Città Vecchia di Baku. Dislocate lungo le vecchie tratte della Via della Seta, ad esse si affiancano le vistose modernizzazioni urbanistiche di Astana, di Tashkent o della stessa Baku. Questa commistione tra antico e moderno, tra tradizioni e affari, piuttosto marcata anche in Russia e in Cina, può sembrare contraddittoria, eppure è uno degli aspetti più affascinanti di queste regioni che spesso sembrano trovare nel passato le intuizioni giuste per trovare le risposte alle sfide del presente. 

Pensa che l’Occidente abbia da imparare dall’Oriente?

L'Occidente può imparare dall'Oriente a gestire meglio la sua economia. I modelli portati avanti dagli Stati dell'Est del mondo sono molto diversi fra loro. Non siamo più davanti ad un “Oriente comunista” contrapposto ad un “Occidente capitalista”, come negli anni Cinquanta. Tuttavia, proprio la presunzione dei decisori e degli strateghi occidentali, cioè l'idea che il mercato fosse capace di regolarsi da sé, ha contribuito a costruire un muro ben più alto e spesso di quello di Berlino: un muro tra il mondo della finanza e quello della produzione. Oggi l'Italia sta imparando a sue spese questo errore, ma anche negli Stati Uniti Barack Obama è stato costretto a regalare soldi pubblici alle banche cosiddette “too big to fail”, dopo che alcune di queste si erano rese responsabili di truffe e speculazioni sui titoli derivati e non solo. Un Paese come la Cina, ad esempio, può aiutare l'Europa a ricordarsi che lo Stato non è un elefante malato da abbattere a colpi di privatizzazioni selvagge, ma può essere un soggetto economico capace di entrare nel capitale aziendale, stimolare la crescita e l'innovazione e al contempo garantire occupazione, come avveniva anche in Italia grazie all'IRI. Il Kazakhstan potrebbe suggerire all'Italia di abbassare la pressione fiscale per le sue piccole e medie imprese, martoriate negli ultimi tre anni, mostrando come uno Stato possa sopravvivere più che bene anche con un indotto fiscale pari al 19,5% del PIL anziché al 47,6% come da noi. E ancora: la diversificazione delle fonti energetiche, la ricerca scientifica, i programmi d'interscambio universitario (ben diversi dalle gitarelle viziose spacciate per viaggi di alto livello formativo, come ad esempio il famigerato Erasmus). Insomma, ci sono tantissime cose che l'Occidente potrebbe e dovrebbe imparare. A cominciare dall'educazione e dal rispetto verso gli altri che ho sempre positivamente riscontrato, a contatto con i miei amici e colleghi stranieri.

Qual è il libro o il saggio di cui va più fiero?

Non ce n'è uno in particolare. Anzi, cerco di non essere mai troppo fiero di me e ho l'abitudine di guardare quasi sempre al bicchiere mezzo vuoto. È un modo di fare a volte nocivo ed autolesionista, lo ammetto, ma che consente di mettersi continuamente in discussione e di migliorarsi, perché c'è sempre qualcun altro da cui poter imparare. Anche il mio concetto di “concorrenza” è piuttosto anomalo nella società odierna. Non provo alcuna invidia per il lavoro altrui e trovo che sia di grande efficacia qualsiasi possibilità di confronto nel quadro di una sana competizione.

Posso eventualmente andare fiero di un lavoro nella misura in cui questo rivesta una qualche utilità scientifica o informativa dall'ottica del pubblico cui è principalmente rivolto, che non è fatto solo di analisti o esperti. Anzi, il mio obiettivo è sempre stato quello di tradurre nel linguaggio comune concetti e dinamiche altrimenti confinati alle sole stanze dei bottoni. Io sono un giornalista, non un accademico, e mi piacerebbe poter vedere in Italia una maggiore attenzione rivolta dal mainstream ai temi della politica internazionale. È evidente che, essendo pesantemente vincolati a strutture sovranazionali come la NATO e l'Unione Europea, noi italiani non godiamo di grandi margini di libertà di cronaca e analisi in questo senso. Spesso l'informazione che ci giunge dalle altre parti del mondo viene prima filtrata dalle agenzie stampa americane, inglesi o tedesche. E certe redazioni sono sature di pregiudizi e obsolescenze da Guerra fredda. Quando ce ne libereremo del tutto, saremo pronti ad inaugurare un nuovo mercato editoriale più onesto e trasparente anche in Italia.




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