ANNO 16 n° 275
L'avvocato Marco Russo
Crollo museo civico, la difesa: ''Izzi va assolto''
Dopo la requisitoria del pm Conti, ieri
č stato il turno dell'avvocato Russo

di Alessia Serangeli

VITERBO – Tre anni e mezzo di reclusione complessivi ai quattro imputati.

Così si era conclusa, il 19 aprile scorso, la lunga requisitoria del pubblico ministero Paola Conti relativa al processo sul crollo del museo civico di Viterbo, avvenuto il 25 maggio 2005.

Il sostituto procuratore, in particolare, aveva chiesto la condanna ad un anno per il dirigente del settore Lavori pubblici, Paolo Izzi, e per l’architetto Ferdinando Contessa; nove mesi, invece, per i geometri Simone Morucci e Fabio Pizzi.

“Nessun crollo è improvviso. Ci sono sempre segnali che, in questo caso, sono stati trascurati dagli imputati”. Che, infatti, devono rispondere di crollo e lesioni colpose derivanti dalla “condotta omissiva” e dal “mancato monitoraggio”.

“Il crollo del museo – aveva detto in conclusione la dottoressa Conti – ha messo in pericolo la pubblica incolumità senza che sia stato fatto nulla per impedirlo”. Circostanza, questa, che per il collegio difensivo è stata smentita durante l’istruttoria dibattimentale.

“Le deposizioni dei testi dell’accusa sono stati determinanti per escludere responsabilità oggettive da parte del mio assistito (Izzi, ndr)”. Così l’avvocato Marco Russo, durante una puntuale ed argomentata arringa difensiva davanti al giudice monocratico Eugenio Turco.

Il legale, partendo dalla prima segnalazione scritta sulle fessure presenti sul muro del museo, passando per l’incidente probatorio, fino alle altre otto richieste di sopralluogo disattese, ha ricostruito tutta la faccenda cercando di smontare il castello accusatorio con una tesi alternativa.

Quella di una irregolarità comunicativa tra i settori Cultura, sport e spettacolo, Lavori pubblici e Ufficio di manutenzione.

“La prima richiesta di sopralluogo che fa riferimento alle fessure presenti sulla parete della pinacoteca è firmata dalla dirigente del museo Orsola Grassi ed è datata 29 gennaio 2000”. Ciò significa che è antecedente di due anni e mezzo all’entrata in scena di Izzi, che “assume l’incarico il 12 novembre del 2002 ed è quindi esente da ogni responsabilità”.

Ulteriori cinque missive - “rimaste inascoltate” - vengono trasmesse sempre tra il 2000 ed il 2002, range temporale in cui Izzi non è ancora dirigente del settore Lavori pubblici. Dalla sua entrata in scena e fino all’ultima del 4 aprile 2005 (un mese e mezzo prima del crollo) vengono inoltrate altre quattro richieste di intervento. Di queste “Izzi ne riceve soltanto tre e non fa altro che trasmetterle all’Ufficio di manutenzione”.

E’ per questa ragione che l’avvocato Russo parla di “corto circuito tra gli interlocutori”.

“Cosa altro avrebbe dovuto fare il mio assistito se non smistare le missive all’ufficio competente? In quale altro modo si sarebbe potuto attivare per evitare l’evento infausto?”.

Relazione del perito Fugger alla mano, poi, il legale ha detto che “nemmeno in sede di incidente probatorio è stato possibile dimostrare che la condotta degli imputati avrebbe potuto scongiurare l’evento, né, tantomeno, l’evoluzione in pejus del fenomeno fessurativo”.

Il che, tradotto in termini spiccioli, significa che non ci sarebbero prove certe a conferma del fatto che il crollo del museo sia riconducibile all’ingrandimento delle crepe presenti sui lati destro e sinistro della parete della pinacoteca, e documentate soltanto nell’unico sopralluogo effettuato nel 2000.

Mentre l’avvocato Russo ha chiesto l’assoluzione con formula piena “perché il fatto non sussiste”, l'udienza è stata aggiornata al 5 luglio, quando sono previste le arringhe degli avvocati Giovanni Labate, legale di Pizzi e Morucci, e di Roberto Alabiso, che rappresenta l'architetto Contessa.




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