ANNO 16 n° 265
Condannato a cinque anni e mezzo l’omicida di Fabrica per maltrattamenti alla compagna incinta
Sentenza per Dumitriel Daniel Ene, già in carcere per l’uccisione del cognato. Decisivo il racconto dei carabinieri

FABRICA DI ROMA - Cinque anni e sei mesi di reclusione per maltrattamenti alla compagna incinta. È la condanna inflitta a Dumitriel Daniel Ene, 30enne di origine rumena, già detenuto con l’accusa di aver ucciso il cognato a Fabrica di Roma lo scorso 26 luglio. La sentenza è stata pronunciata ieri dal collegio presieduto dal giudice Jacopo Rocchi.

Nel corso dell’udienza, l’imputato ha preso la parola per fornire la propria versione dei fatti e ha fatto anche un riferimento all’altro grave procedimento che lo vede coinvolto. «Mi dispiace tanto per quello che è successo», ha dichiarato, riferendosi all’omicidio. Ene ha poi ricostruito quanto avvenuto la sera del 21 gennaio 2024, episodio al centro del processo per maltrattamenti.

Secondo il suo racconto, la lite con la compagna sarebbe degenerata mentre i due si trovavano in auto. «In quel periodo litigavamo spesso – ha spiegato – io volevo tornare a casa mia, lei non era d’accordo. Era rimasta senza lavoro, aspettava nostro figlio e mi accusava di voler tornare in Romania dalla mia ex». L’uomo ha sostenuto che la donna si sarebbe ferita al volto a causa di una brusca frenata, urtando contro il volante.

Una versione smentita dal racconto dei carabinieri intervenuti quella sera dopo le segnalazioni di alcuni passanti. I militari hanno riferito di aver notato un’auto ferma sul ciglio della strada e una donna con il volto insanguinato. Per non insospettire la coppia, fu simulato un normale controllo. Poco dopo, la donna raggiunse i carabinieri in lacrime, raccontando di avere paura e di essere stata minacciata di morte dal compagno se avesse parlato.

All’interno dell’auto furono trovate evidenti tracce di sangue. La vittima, incinta, venne accompagnata in ospedale e scelse di seguire il “percorso rosa”, riservato alle donne vittime di violenza. Nel frattempo Ene si era barricato in casa, minacciando di togliersi la vita. All’epoca era in affidamento in prova ai servizi sociali, con obbligo di permanenza domiciliare. Dopo oltre due ore di dialogo con il comandante della stazione dei carabinieri di Vignanello, l’uomo si convinse ad aprire la porta.

La condanna chiude un processo che ha fatto emergere un quadro di violenze e minacce, confermato dalle testimonianze raccolte e ritenute attendibili dal tribunale.




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