

VITERBO – Ara il campo, concima e pota il noccioleto. Pianta nuovi alberi da frutto per ampliare la produzione e si riposa all’ombra dei rami, parcheggiando la sua auto proprio dentro la proprietà.
Sembrerebbe tutto normale. L’abituale lavoro di un qualsiasi agricoltore, se non fosse che il 70enne D.N.A., in quel terreno, non dovrebbe proprio stare. Semplicemente perché, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non è di sua proprietà. Ma di due fratelli originari di Caprarola che, dal momento del regolare acquisto, hanno sottoscritto l’inizio di un incubo: una diatriba decennale che li ha portati dentro le aule di tribunale, per vedere riconosciuti i propri diritti.
Ieri in aula, davanti al giudice monocratico Silvia Mattei sono sfilati due testimoni dell’accusa e due della parte civile, rappresentata dall’avvocato Claudia Polacchi.
''I miei due figli hanno comprato il terreno nel 2009 – ha dichiarato la madre dei legittimi proprietari – da quel momento non abbiamo più avuto pace: ogni giorno dovevo andare a controllare se ci fosse o meno D.N.A.. Non se ne andava mai: potava i rami, lavorava con il trattore. Come se fosse tutta roba sua. Ci ha anche minacciato di morte: diceva che ce ne dovevamo andare, perché lui aveva il permesso di stare lì''.
E quel permesso, così come spiegato dall’allora comandante dei carabinieri di Ronciglione, in realtà c’era. ''Ma si trattava di un semplice uso civico per la raccolta di legna secca. E per di più era del 2006, valido per un anno. Non gli è stato più rinnovato.''.
Eppure da lì, l’uomo non ha mai accennato ad andarsene, nonostante i ripetuti interventi delle forze dell’ordine e le numerose denunce sporte a suo carico. Anche un arresto, nel 2012, per aver incendiato il terreno in questione.
''Era cattivo. Un animale, che io, da sola, ho dovuto combattere – ha concluso la madre – ricordo una volta in cui l’ho scoperto a sotterrare eternit: dopo poche ore lui stesso ha chiamato le guardie per denunciarci. Voleva scaricare su di noi la colpa di quel materiale tossico. Oggi sono arrabbiata e dispiaciuta. Non vedo l’ora che quest’inferno finisca.''.
E non dovrà attendere molto ormai. A marzo la sentenza.