ANNO 16 n° 228
Cocaina tra Roma e Civita Castellana, confermato il carcere per il 33enne
La Cassazione respinge il ricorso della difesa: per i giudici il ruolo dell’indagato esclude l’ipotesi dello spaccio di lieve entità

CIVITA CASTELLANA – La Corte di Cassazione ha respinto, lo scorso 20 maggio, il ricorso presentato dalla difesa di un 33enne di origine tunisina, ritenuto dagli inquirenti uno degli uomini di fiducia al vertice di un'organizzazione accusata di gestire un articolato traffico di cocaina tra Roma e Civita Castellana. Per l'uomo resta dunque confermata la custodia cautelare in carcere.

Il 33enne, conosciuto con il soprannome di “Kiki”, è coinvolto nell'inchiesta che ha portato, lo scorso gennaio, all'emissione di un'ordinanza di custodia cautelare da parte del Tribunale di Roma. L'accusa è di associazione finalizzata al narcotraffico, nell'ambito di un'indagine condotta dai carabinieri.

Secondo la ricostruzione investigativa, il gruppo avrebbe sviluppato una struttura organizzata per la distribuzione della cocaina, con un giro d'affari stimato in circa 150mila euro al mese. La rete avrebbe operato tra la Capitale e Civita Castellana, disponendo di luoghi utilizzati per il confezionamento delle dosi, automobili impiegate per le consegne e diversi pusher attivi sul territorio.

Sempre secondo gli investigatori, l'organizzazione avrebbe previsto anche forme di sostegno economico e assistenza legale per gli affiliati finiti nei guai con la giustizia.

Il 33enne avrebbe ricoperto un ruolo considerato particolarmente delicato. Oltre alla presunta attività di distribuzione della droga, gli sarebbero stati affidati compiti legati alla gestione del denaro e alla ripartizione dei proventi con il fratello, indicato dagli inquirenti come figura di vertice del gruppo e all'epoca sottoposto agli arresti domiciliari.

La sua posizione sarebbe stata inoltre sfruttata, sempre secondo l'accusa, per intestargli un'attività di ristorazione che sarebbe stata utilizzata come copertura per le attività illecite. Una circostanza che, per gli investigatori, avrebbe consentito al gruppo di disporre di un'apparente attività commerciale regolare.

La difesa aveva contestato la ricostruzione accusatoria, chiedendo di ricondurre i fatti nell'ipotesi dello spaccio di lieve entità. Tra gli elementi evidenziati dai legali anche l'assenza di precedenti penali a carico del 33enne, il tempo trascorso dai fatti, risalenti al periodo 2023-2024, e la natura delle prove raccolte, comprese le intercettazioni.

La Suprema Corte, tuttavia, ha ritenuto coerente il quadro cautelare delineato dai giudici di merito, escludendo la possibilità di ricondurre la vicenda a un'attività di spaccio occasionale o di modesta entità.

A pesare, secondo quanto riportato nel provvedimento, sarebbero stati soprattutto la continuità delle forniture, la disponibilità di quantitativi significativi di cocaina e il livello di organizzazione raggiunto dal gruppo. Elementi ritenuti incompatibili con una gestione improvvisata dello spaccio.

La Cassazione ha inoltre considerato il ruolo attribuito al 33enne all'interno della presunta organizzazione, evidenziando come avrebbe continuato a svolgere le proprie attività anche durante il periodo in cui il fratello, indicato come capoclan, si trovava agli arresti domiciliari.

Per il 33enne, dunque, resta confermata la misura cautelare in carcere, mentre l'inchiesta continua a delineare i contorni di una presunta rete criminale strutturata tra Roma e Civita Castellana.




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