ANNO 16 n° 294
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Caro carburanti, la protesta funziona: rifornimenti rallentati e scaffali vuoti
Agricoltori e autotrasportatori scuotono l'Italia. La mobilitazione nasce da un problema reale: il costo del gasolio č diventato insostenibile per chi produce, alleva e trasporta. E ora il Governo deve dare risposte concrete

VITERBO – Gli scaffali che iniziano a svuotarsi, le consegne rallentate, i distributori sotto pressione e un'intera filiera che rischia di fermarsi. È questo il rovescio della medaglia della protesta che in questi giorni sta coinvolgendo autotrasportatori, agricoltori e allevatori, soprattutto nel Centro-Sud, contro il caro carburanti e l'aumento dei costi che sta mettendo in difficoltà interi comparti produttivi.

I disagi per i cittadini sono evidenti e non vanno nascosti. Quando un camion non parte, una consegna salta. Quando un agricoltore non riesce più a sostenere il costo del gasolio per lavorare i campi, anche la produzione ne risente. Quando il costo del trasporto aumenta, alla fine il conto arriva inevitabilmente anche al consumatore.

Ma sarebbe altrettanto semplicistico fermarsi agli scaffali vuoti e condannare una protesta senza guardare perché quelle categorie siano arrivate a questo punto.

Una protesta nata dalla necessità di sopravvivere

Gli autotrasportatori stanno denunciando da settimane l'impossibilità di sostenere gli attuali costi del carburante. Secondo i dati riportati da Pagella Politica sui prezzi MIMIT, il gasolio è passato da 1,714 euro al litro il 25 febbraio a 2,256 euro il 16 ottobre, con un aumento di circa il 32 per cento. Nel frattempo è terminata anche una precedente agevolazione sulle accise.

Numeri che spiegano meglio di molte dichiarazioni perché camionisti, agricoltori e altre categorie abbiano deciso di scendere in strada.

La protesta sta creando problemi reali alla distribuzione. In alcune zone del Paese le consegne sono rallentate e sono stati segnalati problemi nell'approvvigionamento dei supermercati. Lo sciopero degli autotrasportatori ha provocato anche conseguenze sulla produzione industriale, fino allo stop dello stabilimento Stellantis di Atessa per la mancata consegna di componenti.

Il disagio, dunque, è reale. Ma lo è anche la protesta che lo ha generato. Il paradosso: per farsi ascoltare bisogna fermare il Paese, è il grande paradosso di questa mobilitazione.

Agricoltori, allevatori e trasportatori sanno perfettamente che bloccare o rallentare la circolazione significa creare difficoltà a milioni di persone. Ma sostengono che continuare a lavorare alle condizioni attuali significhi, per molte aziende, lavorare in perdita.

E allora la protesta diventa l'ultimo strumento per chiedere attenzione.

Non si può chiedere a chi trasporta merci di continuare a viaggiare quando il costo del pieno diventa sempre più pesante. Non si può chiedere a un agricoltore di produrre a costi crescenti quando il prezzo riconosciuto alla produzione non consente di coprire le spese. E non si può pensare che questi aumenti rimangano confinati alle singole categorie.

Il carburante è alla base di quasi tutta la nostra economia.

E il Governo? La risposta ancora non basta

Il Governo è intervenuto nel corso dell'anno con misure sulle accise e crediti d'imposta destinati anche all'autotrasporto.

Ma per le categorie interessate la risposta è evidentemente considerata insufficiente.

Non è un caso che il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti abbia convocato le rappresentanze dell'autotrasporto per il 27 ottobre, coinvolgendo anche Presidenza del Consiglio, Ministero dell'Economia e Ministero delle Imprese.

La domanda, a questo punto, è semplice:

il Governo ha un piano strutturale oppure continuerà a intervenire soltanto quando la situazione esplode?

Perché ridurre temporaneamente un'accisa o concedere un credito d'imposta può attenuare l'emergenza, ma non risolve un problema che riguarda il costo complessivo della vita e della produzione in Italia.

Miliardi per il riarmo, ma quanto per chi tiene in piedi l'economia?

Ed è qui che si apre inevitabilmente anche una questione politica.

Il Governo e la maggioranza sostengono la necessità di aumentare gli investimenti nella sicurezza e nella difesa. Dall'altra parte, cresce chi si chiede se, davanti a un'emergenza che sta colpendo famiglie, imprese, agricoltori e trasportatori, una parte maggiore delle risorse pubbliche avrebbe potuto essere destinata alla riduzione strutturale dei costi energetici e fiscali.

Non è corretto sostenere che tutti i fondi destinati alla difesa possano essere semplicemente trasferiti al carburante: si tratta di capitoli di bilancio differenti e di impegni internazionali che hanno vincoli specifici.

Ma la domanda politica rimane legittima:

quanto vale oggi tutelare il sistema produttivo italiano?

Perché se un Paese spende miliardi per rafforzare la propria sicurezza, ma contemporaneamente lascia che imprese, agricoltori, allevatori e trasportatori siano schiacciati dai costi necessari per lavorare, prima o poi il problema diventa anch'esso una questione di sicurezza nazionale.

Senza agricoltura non c'è cibo. Senza autotrasporto non arrivano le merci. Senza imprese produttive non c'è occupazione.

Il problema arriva anche nei supermercati

Ed è in questo contesto che assumono particolare interesse le segnalazioni arrivate anche dalla Tuscia.

In alcuni supermercati della provincia sono stati osservati scaffali parzialmente vuoti, soprattutto per quanto riguarda i prodotti freschi.

Per alcuni punti vendita della rete Unicoop Etruria, tuttavia, la spiegazione ufficiale è diversa: l'azienda ha indicato un'anomalia informatica nella gestione dei magazzini, assicurando di essere al lavoro per ripristinare la normale operatività.

È una spiegazione che va riportata e che non può essere messa in discussione senza prove.

Resta però una coincidenza temporale che inevitabilmente suscita interrogativi: mentre in numerose zone d'Italia le difficoltà nella distribuzione vengono ricondotte ai blocchi e ai rallentamenti dei trasporti, nella Tuscia vengono segnalate criticità analoghe che, almeno ufficialmente, avrebbero un'origine informatica.

Al momento non ci sono elementi sufficienti per collegare direttamente le due situazioni.

Il caro carburanti si somma agli aumenti degli alimenti, dell'energia, dei servizi e delle materie prime. Ogni aumento si trasferisce lungo la filiera: dal produttore al trasportatore, dal distributore al supermercato, fino al consumatore finale.

E chi ha redditi più bassi è quello che paga il prezzo maggiore.

Per questo le proteste di agricoltori, allevatori e autotrasportatori non possono essere liquidate semplicemente come una fonte di disagio.

I disagi ci sono e sono pesanti. Ma dietro quei disagi ci sono lavoratori che chiedono di poter continuare a lavorare.

Lo Stato, oggi, ha davanti una scelta: intervenire prima che la protesta diventi ancora più grande oppure continuare a rincorrere l'emergenza con misure temporanee.

Il tavolo del 27 ottobre sarà un primo banco di prova.

Perché la domanda che arriva dalle strade, dai campi e dai camion è ormai difficile da ignorare: quanto ancora può aumentare il costo della vita prima che lavorare e produrre in Italia diventi economicamente insostenibile e qual è il piano del Governo per fermare questa spirale?




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