

di Domenico Savino
VITERBO – Ora il rischio è deprimersi, credere che l’impresa diventi impossibile, che arrivare in finale di Coppa Italia sia come scalare il Tourmalet con 40° gradi all’ombra, che la Viterbese è troppo altalenante per poter continuare a sognare un posto in finale. Invece nel secondo tempo della gara con il Sant’Antonio si è visto un gruppo solido che, conscio della brutta figura fatta vedere per 45 minuti, ha deciso che era il momento di invertire la rotta. Una strambata violenta perché si stava toccando il fondo e il pubblico presente (un po’ più numeroso del solito) era parecchio infastidito.
Una reazione di rabbia e orgoglio che ha consentito di rimontare lo 0-2 parziale. Almeno per venti minuti si è vista la Viterbese più convincente: quella che lotta su ogni pallone, che aggredisce l’avversario con la giusta ferocia agonistica, che si affida ai singoli ispirati e ad un gioco maggiormente corale. La rimonta si è fermata sul pareggio, ma almeno ha consentito restare in vita.
Certo la qualificazione continua a pendere dalla parte del Sant’Antonio e se dovessimo stare al calcio espresso nelle ultime settimane una trasferta in terra campana notoriamente calda e ribollente di passione (erano un centinaio al ''Rocchi'' i supporters giallorossi in un giorno infrasettimanale, facile immaginare uno stadio pieno al ritorno) fa venire i brividi e sudare freddo. Si va per vincere con qualsiasi risultato in virtù dei due gol siglati a Viterbo da Vitale o al limite per pareggiare con più di due reti fatte. Insomma le percentuali si affievoliscono, ma non si azzerano.
La speranza è quella che si sia accesa la scintilla giusta: che quei frenetici minuti di furia agonistica siano la base di un futuro atteggiamento più propositivo e convincente da parte della Viterbese che ha i mezzi per far meglio e anche gli uomini.
Sui quali va aperto un altro discorso che rischia di essere il copia e incolla di quello fatto nelle scorse settimane: sono i singoli, oltre al gioco, a non convincere. Alcuni sono sotto tono e la prestazione di ieri l’altro lo ha confermato: Majella è involuto, ha smarrito al via del gol, sembra perso in un labirinto tattico e psicologico dal quale non ne esce. Fallisce occasioni comode, si perde in sponde improbabili per cui cerca il compagno che non capisce il movimento. Per una punta è il momento peggiore, ma paradossalmente deve giocare altrimenti si disperde un capitale.
Va dato atto a Conticchio di aver cambiato e la sostituzione di Majella si è rivelata una mossa indovinata. Ma il giocatore deve stare in campo, magari dosandone le forze, altrimenti si è di fronte al più grande equivoco tecnico - tattico della stagione. Anche altri pilastri della squadra stanno deludendo: Cristiano è troppo irruento e eccessivo nei suoi interventi, Nocerino è poco risoluto in fase difensiva (grave l’ingenuità sul rigore: spinta troppo evidente quando l’attaccante era defilato, non in grado di pungere).
Ora che i fumi della gara stanno esalando si può ragionare a mente fredda: per conquistare qualcosa di importante bisogna fare delle imprese che restano e hanno conseguenze positive sul morale. Sant’Antonio Abate è una di quelle.