ANNO 16 n° 275
''Ancora attuale
la testimonianza
di padre Balducci''
>>>> di Luciano Dottarelli <<<<

VITERBO - Andando a ricercare oggi, a vent’anni dalla scomparsa, un filo conduttore che riassuma la complessa figura di Ernesto Balducci, religioso, filosofo, educatore non possiamo fare a meno di specchiarci nella realtà del nostro presente, non tanto per misurare una scontata “attualità” quanto per prendere davvero sul serio e mettere alla prova la carica profetica, utopica che ha costantemente nutrito il suo pensiero ed ispirato la sua azione.

Dell’utopia dell’universalismo dei diritti, della pace e della nonviolenza Balducci ha sempre coltivato la dimensione della concretezza, valorizzandone non solo la capacità di riflettere in controluce (e dunque di denunciare) una realtà in atto di oppressione, di ingiustizia e di terrore; ma rivendicandone addirittura il realismo, il suo essere divenuta da tempo – superata la soglia atomica e nel contesto di una globalizzazione dispiegata - una scelta ragionevole ed anzi inevitabile, se non si vuole condannare il mondo all’annientamento.

La rappresentazione figurale della dialettica tra la tensione utopica, che spinge a chiedere l’impossibile e il realismo politico, che impone di attenersi alla “verità effettuale”, è affidata spesso negli scritti e nei discorsi di Balducci ad un’immagine carducciana: quella del “profeta disarmato” Girolamo Savonarola che «tra le ridde de’ suoi piagnoni non vedeva povero frate, in qualche canto della piazza, sorridere pietosamente il pallido viso di Niccolò Machiavelli».

Nella contrapposizione tra i due grandi fiorentini del Rinascimento, egli riconosce due prospettive morali e politiche sviluppatesi su direzioni distinte e parallele ma che il movimento della storia si è incaricato infine di portare a convergenza: il tempo in cui viviamo è talmente inedito che ormai l’utopia deve apprendere il linguaggio del realismo e il realismo deve, rimettendo in questione le sue premesse, integrare in sé le prospettive dell’utopia.

Vent’anni dopo – e nel bilancio negativo del tempo trascorso non possiamo non iscrivere l’acuirsi delle disuguaglianze sociali ed economiche, la recrudescenza del fanatismo religioso, l’aumento dello stress della biosfera, il proliferare della minaccia nucleare - questa convergenza ci appare ancora più urgente e la prospettiva suggerita e testimoniata da Balducci si mostra ancora efficace e vince la sua sfida di fondo, che era quella di parlare a tutti gli uomini in un linguaggio di “universalità concreta”.

Ed è forse proprio qui che ci sentiamo legittimati a rinvenire la cifra più autentica del pensiero e dell’esistenza di Ernesto Balducci: in questo sforzo di superare il proprio “particulare” (anche religioso) e di aprirsi a ciò che accomuna tutti gli uomini.

Di questa vocazione universalistica troviamo testimonianza intellettuale - prima ancora che in libri come L’uomo planetario o L’Altro, un orizzonte profetico, i cui titoli parlano da soli – nella sua quotidiana attività di educatore, che lo spinge a scrivere un libro di testo per i licei che si propone significativamente come Storia del pensiero umano, con l’intenzione di contrastare il pregiudizio eurocentrico della storiografia filosofica tradizionale.

Dal punto di vista della sua esperienza religiosa, questa apertura alla pluralità delle forme umane di spiritualità si è espressa nella sua sofferta partecipazione alla dimensione ecclesiale della fede e nell’adesione convinta ai sussulti di rinnovamento in direzione dell’ecumenismo che hanno attraversato la Chiesa nel Novecento.

Solo il radicarsi di questa prospettiva di universalità concreta in un’ esigenza profonda del suo animo può aver permesso ad Ernesto Balducci di sopportare anche la critica che per lui doveva risuonare più amara, quella di aver rinsecchito la sorgente della sua fede cristiana, trasfigurandola in un generico umanesimo.

In realtà, in quella disponibilità a far scaturire dalla propria condizione di fede particolare uno sguardo più ampio sulla vastità dell’esperienza umana, il prete di Santa Fiora, il paese della montagna amiatina con le sue sorgenti d’acqua e le sue vedute dall’alto, ritrovava non solo un tratto della propria terra impresso nel proprio carattere, ma anche la vocazione sorgiva e più robusta del cristianesimo, quella che si esprime – sono parole di Balducci - quando «trabocca dai confini religiosi e si commisura, senza sforzi, sulla qualità laica della storia».

Luciano Dottarelli

 




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