ANNO 16 n° 273
Altro processo per il cavaliere a Viterbo
Pd-M5S-Sel decisi a votare contro l'insindacabilitą delle sue frasi

VITERBO – E’ destinata a durare ancora a lungo, forse a ricominciare daccapo, la querelle giudiziaria tra Antonio Di Pietro e Silvio Berlusconi davanti al tribunale di Viterbo. La giunta per le autorizzazioni di Montecitorio sembra orientata a dire no alla costituzione in giudizio della Camera dei deputati davanti alla Corte Costituzionale, per il conflitto d’attribuzione sollevato dal giudice di pace di Viterbo. E potrebbe farlo con un’inedita maggioranza Pd-M5S-Sel, che potrebbe scompaginare quella che sostiene il governo Letta.

Stando agli orientamenti espressi nella seduta di ieri, il Pd, che nella scorsa legislatura aveva già votato contro l'insindacabilità (di fatto un'immunità), è infatti orientato a dire no alla costituzione in giudizio, alla quale è invece favorevole il Pdl. E i voti del Pd, sommati a quelli del M5S e del Sel sarebbero sufficienti a togliere l’immunità a Berlusconi. Con quali conseguenze sulla tenuta del governo è tutto da verificare. Il voto finale, che tuttavia rappresenta solo un parere, dovrebbe avvenire giovedì prossimo.

Al centro del contendere, la querela per diffamazione presentata da Di Pietro contro Berlusconi per alcune frasi ritenute diffamatorie espresse dall’ex premier al Palamalè nel 2008, durante un comizio a sostegno della candidatura di Giulio Marini a sindaco della città. Il leader del Pdl, in particolare, mise in dubbio il titolo di studio dell’ex magistrato, aggiungendo che Di Pietro era il ''peggio del peggio perché ha mandato in galera molti italiani senza avere prova alcuna''. Da qui la denuncia per diffamazione.

Durante la precedente legislatura, la Camera dei deputati aveva dichiarato ''insindacabili'' le affermazioni di Berlusconi perché pronunciate nell’esercizio della sua attività di parlamentare. Quindi, nessun processo. Ricevuto il diniego di Montecitorio, il 5 ottobre 2010, il giudice di pace emise una sentenza di non punibilità nei confronti del Cavaliere.

Il provvedimento fu però impugnato davanti alla Cassazione dalla procura della Repubblica di Viterbo. I giudici della Suprema Corte, alcuni mesi dopo, rilevarono che ''da un lato l’opinione su Di Pietro era stata espressa da Berlusconi in un comizio elettorale, sede di per sé estranea all’esercizio delle funzioni parlamentari, dall’altro le frasi utilizzate non riguardavano la figura di uomo politico e dell’antagonista, ma attingevano la sua sfera personale e professionale''. Per queste ragioni, concluse la Cassazione, ''la sentenza di non punibilità merita di essere annullata con rinvio per un nuovo esame''.

A quel punto, il giudice di pace sollevò il conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato.davanti alla Corte Costituzionale. In pratica, il magistrato ha chiesto alla Consulta di chiarire se ha ragione la Camera, quindi Berlusconi è coperto d’immunità parlamentare, o la Cassazione che ha disposto un nuovo processo. Il ricorso è stato dichiarato ammissibile ma non è stato ancora esaminato.

Nel frattempo, la passa è tornata a Montecitorio che deve esprimersi di nuovo sull’insindacabilità o meno delle frasi di Berlusconi contro Di Pietro. Se dovesse prevalere la maggioranza Pd-M5S-Sel, l’ex premier potrebbe finire di nuovo sotto processo per diffamazione. Salvo diverso parere della Corte Costituzionale. Provate a immaginare quanto è costato tutto ciò.




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