

VITERBO – C’era lui alla guida della moto che finì fuori strada all’alba del 2 settembre 2013 sulla strada Tarquiniese. Lui alla guida della Yamaha sulla quale viaggiava assieme ad un amico. Lui, che, quando chiese aiuto ad alcuni passanti, si fece soccorrere e portare in ospedale senza riferire a nessuno della presenza del compagno. Rimasto a terra, in mezzo alla polvere e al sangue, alcuni metri più in là. Senza vita, a causa dell’impatto.
Per questo C.L., a distanza di cinque anni da quel tremendo incidente, è stato condannato a un anno e mezzo di reclusione per omicidio colposo. A deciderlo il giudice Silvia Mattei, ieri mattina, a seguito di un’udienza durata oltre tre ore. Una pena che ha superato di gran lunga le richieste formulate dall’accusa, che per il giovane centauro avrebbe voluto una condanna a dodici mesi di arresto.
Per la Procura non ci sarebbe mai stato alcun dubbio: C.L. era alla guida del ciclomotore quella mattina, e, per questo, è lui il responsabile dell’impatto e della morte del compagno di sella, ritrovato cadavere dai carabinieri intervenuti sul luogo alcuni minuti più tardi. Sarebbero stati loro a scoprire, tra l’erba alta e la polvere, il corpo del giovane, ormai esanime. Vicino a lui, la moto e il casco dell’imputato.
''Daniele Baratta ha perso la vita per via della caduta a terra – ha spiegato il pm Michele Adragna – quando è stato ritrovato, indossava delle ciabatte infradito, non aveva guanti e portava uno zainetto sulla schiena. Guidare una Yamaha in quelle condizioni è pressoché impossibile: è questa la prova della colpevolezza dell’imputato''.
Diversa, ovviamente, la versione della difesa, che durante i lunghi anni del processo, ha tentato in ogni modo di dimostrare come C.L. in realtà fosse il trasportato, senza nessuna responsabilità nell’impatto: ''Gli esami sul corpo della vittima – ha sottolineato l’avvocato – parlano chiaro: la rottura dello sterno e le varie lesioni interne sono la prova lampante di come il giovane fosse seduto davanti sulla sella e al momento dell’impatto abbia sbattuto contro il manubrio''.
''Non si può nemmeno tenere conto del comportamento dell’imputato immediatamente dopo l’incidente – ha concluso – chi lo ha soccorso ci ha parlato di una persona sotto shock che alternava momenti di totale alienazione a vari momenti di lucidità. Era palesemente turbato, non ricordava niente di quanto fosse accaduto, ecco perché non ha riferito a nessuno della presenza del compagno a terra, sul luogo dell’impatto''.
Ma per il giudice non ci sono dubbi: nessuno potrebbe guidare una moto in infradito, senza guanti e con il tasso alcolico riscontrato nel sangue della vittima. Da qui la condanna a carico di C.L.: un anno e 6 mesi di reclusione. E in aula la soddisfazione, mista a lacrime di gioia e liberazione, dei famigliari del giovane rimasto ucciso: ''Finalmente giustizia è stata fatta''.