

Selena coccola il viso della Madonna, doloroso traguardo della passeggiata di oggi. Saranno cinque metri, dalla stanza alla statuina in corridoio. Di certo non pregherà per sé ma per Melissa. Chiederà di farla guarire in fretta. Non sa che non c'è più, non gliel'hanno ancora detto, vuole dei giornali e rinviano apposta la consegna, la televisione non c'è, il cellulare è scomparso con la bomba e non è stato sostituito. Resta isolata.
Erano insieme, su quell'ambulanza. Selena e Melissa. Così amiche, nella vita, da far impazzire di gelosia i fidanzatini di turno. Così vicine, sulle barelle, da cercarsi con le mani. «Papà come sta Melissa? Perché non mi porti da lei?». Questo si sente chiedere da sabato Vito Greco. Ha trentasette anni e già una figlia di sedici. Si sposano presto, qua. Come un tempo. Cose antiche. Il lavoro, per esempio. Roba di fatica, di sporco, eppure da difendere con le unghie. «Sono un muratore specializzato in idraulica. Costruiamo palazzine. Sabato ero tutto impolverato quando mi chiamano in cantiere e dicono di correre in ospedale a Brindisi. Ma adesso cosa faccio? Come faccio a stare a casa, chi mi dà il permesso... I capi capiranno? C'è stata una tragedia, però, sai, il lavoro è sempre un discorso a parte... Quanto tempo servirà alla mia bambina? Io non la lascio sola».
Maurizio Capodieci ha invece abbandonato la sua Vanessa. Non per scelta: per obbligo. Il capofamiglia non scappa dalla prima linea. E la linea è la porta della rianimazione dell'ospedale di Lecce. Veronica è nella stanza in fondo. Si è svegliata. È cosciente. Respira da sola. Urla, urla, urla. Ustioni ovunque. Profonde, estese, devastanti. Sul corpo le bende che compiono infiniti giri su se stesse. Le hanno detto che Vanessa sta meglio, giusto. Vanessa è la sorella. Sopravvissuta, riposa nella stessa stanza di Selena. Vigila su di lei la mamma. Si sente col marito. La domanda è una, reciproca. «Come sta?». Maurizio Capodieci, 42 anni, ha una ditta di movimento terra. Al telefono dell'azienda non risponde nessuno. Sette tentativi nel corso della giornata vanno a vuoto. Attività ferma.
All'esterno pilastri monchi di progetti partiti e subito interrotti. All'interno le indicazioni per i reparti scritte a pennarello sui muri. E ancora: fuori strisce blu e parcheggiatori abusivi che accolgono l'automobilista con una dichiarazione d'estorsione («Per qualche monetina ritroverà la sua macchina senza un graffio»), dentro il pubblicizzato punto per le informazioni già chiuso nel primissimo pomeriggio. Brindisi, Lecce, i due ospedali. Situati lungo la strada che collega le città, in periferia, vicino a svincoli. Veronica è stata trasferita a Lecce ché a Brindisi mancavano i chirurghi toracici. Tornerà a giorni a Brindisi dove sono un'eccellenza nella cura delle ustioni. Contraddizioni, la Puglia e il Salento, i luoghi e la gente, i simboli e l'anima. A Brindisi e a Lecce arrivano anche i cugini di terzo grado. Per Selena, per Vanessa, per Veronica. Un sacchetto bianco da panettiere che custodisce un trancio di pizza per tirare fino a cena. Il segno della croce passando davanti alla cappella. I Greco parlano unicamente attraverso il signor Vito. I Capodieci non concedono neppure una parola. Ordine di scuderia, vincolo di sangue.
Ma cos'altro c'è da chiedere, in fondo? Se è vero che a Veronica sono state amputate due dita e che i medici hanno paura del rischio di infezioni? Che quando va in crisi d'ossigeno le avvolgono la testa in una specie di casco che incoraggia la respirazione? Sì, è vero. Ed è vero che Vanessa sente la pelle ustionata tirare, tirare con la forza di un tifone e deve stare calma e ferma, piangere immobile, altrimenti è peggio, e poi comunque sua sorella sta mille volte peggio. Ed è vero che Vito Greco ha incontrato più volte gli psicologi, bisognerà raccontare a Selena che Melissa è morta e che si trovino il modo, le parole, lo sguardo giusto. E infine è maledettamente vero, così è stato tramandato e nessuno osi smentirlo, che sull'ambulanza Selena bisbigliava a Melissa «ti voglio bene».
A Brindisi Vanessa ha un pigiama color rosso. Vengono delle studentesse, entrano in gruppo per darsi forza, una dottoressa urla che non si può, «ragazze per piacere al massimo due alla volta», però in coppia si sentono deboli, vulnerabili. Esitano, hanno paura, quasi devono spingerle.
A Lecce Veronica ha ripreso a parlare. Racconta l'instancabile e dolce anestesista del risveglio dopo l'anestesia - i farmaci che calano d'intensità, i gas che vengono abbassati, il pulsare d'un mignolo, l'intermittenza lenta di un occhio -, racconta sottovoce l'anestesista che nella stanza ci sono lei soltanto e la famiglia. «Cosa dicono? Noi non stiamo ad ascoltarli. Sono segreti loro».
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