

«Ad oggi nessuno ha dato indicazioni utili alle indagini, nemmeno ora che c’è stato un fermo. E quelle che ci sono arrivate, anche in buona fede, sono per lo più prive di riscontri». La dichiarazione ha la portata di uno sfogo e la dice lunga sulle difficoltà dell’inchiesta sull’omicidio di Yara Gambirasio. Parole che pesano e che arrivano dalla pm Letizia Ruggeri. Tradotte, significano che carabinieri e polizia si stanno arrangiando senza testimonianze significative a cercare riscontri per rendere granitica la prova regina, cioè il Dna di Massimo Giuseppe Bossetti trovato sugli slip e sui leggings della bambina uccisa. La pm lo rimarca: «Sì, tutto quanto è stato fatto, lo abbiamo raccolto noi: osservazioni, tabulati, filmati delle telecamere. C’è ancora tanto lavoro». Motivo per cui è intenzionata a prendersi tutto il tempo che ha a disposizione, un anno di misura cautelare dal momento del fermo, piuttosto che chiedere il giudizio immediato entro sei mesi. «No che non chiedo l’immediato, c’è ancora molto da fare».
Ci sono le 1.200 pagine di tabulati telefonici di Bossetti da analizzare, la mappa delle celle telefoniche da ricostruire e studiare, i filmati delle telecamere da riguardare per non farsi sfuggire il furgone Iveco Daily del carpentiere di Mapello. Come quello che si vede nell’inquadratura del distributore Shell che si trova di fronte al centro sportivo di via Locatelli, a Brembate Sopra, da dove la ragazzina era sparita. E, ancora, tutti questi dati da incrociare e altre testimonianze da sentire, oltre alle oltre cento già acquisite, per altro piene di «non ricordo» e di «non so». Questo, mentre dal carcere Bossetti continua a dirsi innocente.
A proposito di testimonianze, una è appena stata spedita al magistrato dall’avvocato di Vicenza, Agron Xhanaj, dell’associazione «Vite sospese». I contorni restano misteriosi. Si tratta di una persona che nel periodo del delitto si è trovata a Brembate Sopra e che è venuta a conoscenza di una circostanza che le ha fatto pensare all’ipotesi della vendetta di qualcuno nei confronti del papà di Yara. «Ho raccolto questa testimonianza su mandato dell’associazione che si occupa di persone scomparse, che in rappresentanza della collettività si ritiene persona danneggiata e che a processo si costituirà parte civile -. Non posso entrare nei dettagli, ma assicuro che si tratta di una persona attendibile e che le sue dichiarazioni possono essere confermate da altre due persone di cui ha fatto i nomi». Avrebbe parlato solo ora dopo aver letto sui giornali che Bossetti, interrogato dal pm, ha riferito le voci che circolavano nei cantieri all’epoca del delitto e che indirizzavano verso la stessa ipotesi. Chiacchiere e ragionamenti ad alta voce. «Ma assicuro che questa persona riferisce una circostanza più precisa e non voci riportate», precisa l’avvocato.
Che valore ha per la procura? «Non ho ancora ricevuto questa testimonianza - dice la pm Ruggeri -. La valuteremo, come abbiamo fatto sempre con tutte le segnalazioni». Il tono però è quello di chi, in tre anni e mezzo di fax, mail e lettere finite in un fascicolo intitolato «mitomani e veggenti» fa fatica a pensare che ora spunti qualcosa di significativo. «Avevamo già valutato l’ipotesi della vendetta, ma non è mai emerso nulla. Comunque se questa testimonianza darà indicazioni, ben venga. Non sarà difficile capire se ha valore o se è l’ennesima bufala».
corriere.it