

VITERBO – Andare a lavorare in Canada. Sulla costa atlantica, come fattorino o autista in una grande impresa che pesca e lavora crostacei, quelle meravigliose aragoste che lì chiamano lobster, e che sono la specialità del Nord America. Un sogno per tanti italiani, specie in questo periodo di crisi, con il lavoro che non c’è e non c’è neanche la certezza del domani.
Così ad un quarantenne viterbese, disoccupato da poco, è capitato di rispondere ad un annuncio su internet. Un’offerta invitante: sei mesi di lavoro in Canada, biglietto aereo, vitto e alloggio e stipendio per un posto di lavoro nella nostra grande società, che ha diversi stabilimenti in tutto il Quebec e in altri stati canadesi. Partenza immediata, basta fare le pratiche per il visto di lavoro (validità di sei mesi) inviando un bonifico alla stessa società, che poi avrebbe provveduto in loco agli aspetti burocratici. Tutto troppo bello per essere vero, ma il viterbese abbocca, e come lui – si presume – tante altre persone in giro per l’Italia. D’altronde, lo scambio di mail e l’invio delle fotocopie dei documenti italiani (carta d’identità, patente e passaporto), prosegue spedito, così come i contatti telefonici con un sedicente centralino dell’azienda. L’uomo ha fretta di partire: gli dicono che già questa settimana potrebbe arrivare il momento giusto per volare a Montreal, la città più europea del Canada, e non solo perché si parla pure il francese. E perciò paga: oltre duecento euro, ma qui arriva la prima sorpresa.
Dalla società canadese, o chi per essa, gli dicono di effettuare il bonifico attraverso una di quelle agenzie di trasferimento dei soldi. Si va in tabaccheria, si paga una piccola commissione, e il denaro arriva da ogni parte del mondo praticamente in tempo reale. Solo che il nostro sventurato, sulla bolla, non deve indicare la ditta per la quale dovrebbe andare a lavorare, ma un privato cittadino. Nome e cognome ispanici (molto comuni, si noterà col senno di poi) e indirizzo in Germania. Quando il disoccupato viterbese comincia a porsi dei dubbi, è già troppo tardi: i soldi sono già volati via. E presto arrivano anche le conferme che i timori erano fondati: le mail inviate all’indirizzo della società (un indirizzo apparentemente normale) cominciano a tornare indietro, “destinatario sconosciuto”, segno che l’account è stato disattivato non appena incassati i soldi del bonifico dall’Italia. Così come il centralino – dove rispondevano in francese e passavano subito all’italiano – non risulta più attivo. Una truffa bella e buona, magari non geniale, ma piuttosto frequente nell’era di internet e del miraggio di un posto di lavoro all’estero, ben pagato e sicuro.