



VITERBO - Da quest’anno niente più maritozzi dello storico Vapoforno “Costantini” per i facchini di Santa Rosa: l’attività, in mano a Stefano, figlio di Eraldo, sta chiudendo i battenti a causa del rincaro dei costi e sembra non vedere speranza. La data in cui la saracinesca sarà abbassata è stata fissata al prossimo 3 agosto.

Il piccolo laboratorio, nato nel 1964, è ancora apprezzato e ricordato con affetto dai viterbesi, che continuano ad associare al civico 14 di Via Pasubio la dedizione di Eraldo e Stefano nel proporre un’offerta di qualità. Eraldo ha lavorato anche al fianco di Vittorio Bruni, finché, dal 2007, a gestire con lui il forno è subentrato suo figlio. Un’isola felice a base di pane, pizza e dolci per i cittadini del capoluogo, che le imposte salate e le pressioni del mercato non spegneranno mai dall’immaginario dei clienti.
Anche la gestione del personale ha rappresentato uno scoglio?
“Non ho nemmeno provato a cercarlo: l’ho mantenuto finora. Le spese grosse sono locale, luce e gas: noi, dall’inizio pandemia a oggi, abbiamo avuto un aumento mensile di 1000 euro sul gas: un’altra mesata”, ha chiarito Stefano.
Il Vapoforno ha rappresentato un’istituzione a Viterbo, una coccola per il gusto, ma per Stefano Costantini è una parte della propria vita e di quella della sua famiglia che si allontana, senza però portare via i bellissimi ricordi legati alla sua conduzione. Materie prime eccellenti e il desiderio di rinnovare le tradizioni, tra cui i 300 maritozzi sfornati per i facchini ogni 3 settembre, hanno contribuito a dare visibilità a un’attività già storica, che ha unito il fascino dell’artigianale con l’attenzione al prodotto.

Stefano ha aggiunto: “Prima c’erano tanti negozi, poi la maggior parte hanno chiuso tutti. Non ho mai adottato la logica di servire i supermercati, perché si deve lavorare per loro: il prezzo lo fanno loro e il pagamento lo fanno loro. Sono entrato una volta in un supermercato e ho fatto prima a uscire che a entrare. Siamo rimasti con qualche bar; avevamo la scuola, ma con la pandemia ci ha abbandonato anche quella”.
Anche altre attività, in questa escalation scoraggiante, hanno seguito lo stesso destino a Viterbo?
“C’era un alimentari dietro a dove eravamo noi e la proprietaria ha chiuso, non ce la faceva più. Qui intorno era pieno di negozi di alimentari e hanno chiuso tutti. Le proteste dovremmo farle a livello nazionale, ma neanche in questo caso sarebbe fattibile: la nostra è una categoria particolare perché si lavora a ribasso, non si valuta ciò che viene fatto. Ho perso anche le motivazioni per lavorare così”.
Il clima lavorativo attuale vede tempi neri per i commercianti e la situazione investe l’intera nazione, ma l’abnegazione di un’impresa di famiglia non si dimentica facilmente, neanche nella Viterbo delle chiusure ad effetto domino: i valori si trasformano e si evolvono, ma gli appuntamenti fissi di un tempo rendono i suoi abitanti ancora “di un sentimento”.
