

Caporalato, lavoro nero, usura e infiltrazioni mafiose. C'è tutto questo nel rapporto sulle agrimafie presentato ieri da Coldiretti e realizzato dalla Fondazione Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, in collaborazione con la Regione Lazio e il Ministero della Transizione Ecologica. Un documento che analizza il fenomeno dell’illegalità e criminalità nelle filiere agroalimentari e nell’ambiente delle Province del Lazio.
Sono due i dati che spiccano nel Viterbese: il giro d'affari dell'usura in agricolatura e la distribuzione degli occupati.
Nel Lazio si stima un tasso usuraio medio del 120% annuo anche nel comparto agricolo con un giro d‘affari complessivo pari a 40 milioni di euro. Un dato che è molto più alto nella Provincia romana e di Latina, rispettivamente di 15 milioni e mezzo e 13 milioni, rispetto alle altre Province, dove il giro d’affari è di 8 milioni a Viterbo, 2 a Frosinone e 1 milione a Rieti.
''La Fondazione Osservatorio agromafie – spiega il presidente del Comitato scientifico, il magistrato Gian Carlo Caselli – ha cercato negli ultimi anni di svolgere un‘approfondita analisi per mettere in luce i progressi, ma anche quelli che sono gli elementi di criticità che ancora permangono lungo la filiera agroalimentare''
E’ particolarmente appetibile il settore agroalimentare del Lazio che ricopre un ruolo rilevante nel panorama delle produzioni nazionali. Nella nostra regione sono circa 50 mila le imprese presenti, che forniscono lavoro a 70 mila addetti, tra occupati nelle coltivazioni agricole e negli allevamenti, nei servizi e nelle industrie alimentari, sia in termini di qualità e tipicità dei prodotti.
La Camorra è quella, tra le mafie tradizionali, secondo gli ultimi dati disponibili, ad occupare una posizione di spicco su tutto il territorio regionale, con 85 aziende confiscate, pari al 26,4% del totale. Il suo principale settore di infiltrazione – si legge nel rapporto – è quello della ristorazione, che rappresenta tra bar e ristoranti il 58,5% del business criminale.
Le aree di infiltrazione della ‘Ndrangheta, che rispetto alla Camorra ha un ventaglio di interessi più variegato e meno legato al comparto della ristorazione, sono infatti principalmente nei settori connessi alle costruzioni, al comparto immobiliare, al commercio sia all’ingrosso che al dettaglio.
I gruppi locali, autoctoni e autonomi, sono invece presenti in tutti i settori presi in considerazione, dall’immobiliare alle costruzioni e dal commercio alla ristorazione, fino a coprire insieme circa due terzi delle attività confiscate a tali organizzazioni. Quello della ristorazione costituisce anche per loro uno dei principali e più redditizi settori di investimento, rappresentando complessivamente il 16,36% del totale degli affari illeciti.
Un focus importante è stato svolto anche sul caporalato e sullo sfruttamento del lavoro con un’alta concentrazione di casi soprattutto nell’Agro pontino e romano. Gli occupati nel settore agricolo nel Lazio – si legge nel rapporto – annualmente registrati negli archivi dell’Inps ammontano nel 2019 (ultimo dato disponibile) a 45.236 unità, come rilevato dai dati elaborati dal Crea-Pb (Ministero delle Politiche Agricole). Il sistema occupazionale che ne deriva mostra la prevalenza del lavoro svolto a tempo determinato su quello a tempo indeterminato, appannaggio, in maniera preponderante, delle maestranze di origine immigrata (Ue e non Ue), superando in questo caso, seppure leggermente, il 90% (24.086 unità) degli impiegati. La restante quota svolge attività a tempo indeterminato (1.262 unità sul totale complessivo di 25.348).
La distribuzione degli occupati a livello provinciale, a prescindere dalla nazionalità, vede 20.824 occupati (il 46% dei 45.236 occupati in Regione) nella Provincia di Latina, 11.627 (25,7%) nella Città metropolitana di Roma, 9.202 (20,3%) nella Provincia di Viterbo, 2.006 (4,4%) in quella di Frosinone e 1.577 (3,5%) a Rieti. Per quanto riguarda il genere, il 72,5% degli occupati sono uomini e il restante 27,5% donne. I lavoratori agricoli sul territorio laziale sono soprattutto romeni, marocchini e albanesi, ma è anche significativa, soprattutto in Provincia di Latina, la presenza di indiani (soprattutto quelli provenienti dal Punjab), nonché tunisini e bangladesi. Per i braccianti sfruttati e vittime di caporalato si va da lunghi orari di lavoro giornaliero alla bassa retribuzione, che è in genere minore di circa un terzo/la metà, dunque intorno ai 500/700 euro invece di circa 1.100/1.200, senza nessuna considerazione per le competenze professionali.
La ricerca è stata realizzata con il contributo dell’Istituto di ricerca Eurispes, di Stefano Liberti, giornalista sui temi della politica internazionale su testate italiane e straniere, l’istituto di ricerca IXE’ e con il supporto della Coldiretti Regionale del Lazio e la collaborazione delle forze dell’ordine del territorio.