

di Andrea Stefano Marini Balestra
VITERBO - Un banale questione tra cacciatori “cinghialari”, precisamente su chi dovesse essere caposquadra finisce in Tribunale prima e poi al Tar.
Infatti, la denuncia di un carabiniere che si era sentito “minacciato” da un cittadino, come lui amante della caccia al cinghiale, in occasione della scelta di “capo”, aveva portato in Tribunale entrambe, il primo come parte offesa, il secondo come imputato di vari piccoli reati, minaccia compresa. Tra i due, pure un processo per calunnia.
Mentre i processi sono finiti con l’assoluzione dell’uomo ritenuto responsabile di questi reati, la questura, tetragona ed osservante delle regole che prescrivono la sospensione della licenza porto di fucile ai soli denunciati per qualunque cosa prima di qualsiasi indagine o decisione giudiziaria in proposito, aveva provveduto a togliere le armi all’appassionato cacciatore.
Ovvio il ricorso al Tar. Adesso la vittoria.
Secondo i giudici di Via Flaminia, la condotta del cacciatore non era da ritenere pericolosa “non venendo in evidenza condotte violente e trattandosi peraltro di soggetto titolare di porto d’armi per uso sportivo da svariati anni''.