ANNO 16 n° 272
Un ologramma narrante, un tessitore di storie, uno scrittore di vita: intorno al canto libero di Battisti
20/11/2023 - 07:01
di Elsa Berardi

CIVITA CASTELLANA - Delineare il profilo umano di Battisti è possibile, se si parte da una catena di opposizioni nette: il suo cantare è contestazione, non vanagloria. È appeal memore del passato, non damnatio memoriae. È libertà e rispetto, non l’iniziativa irruente dello sfratto del sentire comune dall’anima del singolo. È conquista ottenuta e rivoluzione trainante insieme, uno squarcio di pace che si rimargina amando gli attriti: è una preghiera verde -parola di Mogol- che non parla da litania.

Ernesto Assante, critico musicale che vanta la collaborazione con “La Repubblica”, ha saputo incrociare il suo destino con quello del generoso affabulatore Mogol, che l’ha accolto come un tessitore di storie nel grembo coriaceo dell’inventiva. Quest’ultimo espediente, la tana dello scrittore di vita, ha fatto esordire il noto paroliere, nel pomeriggio di venerdì 17 novembre alla sala Mice, con: “Ammetto, per onestà, di essere l’uomo più fortunato al mondo. Prego e ringrazio il Signore, fa bene alla salute!”. Un esempio di sincerità, quello di Mogol, che individua come baricentro delle forze cosmiche il Creatore del cattolicesimo: al produttore discografico preme eternare la persona scrivente e cantante in una piattaforma culturale popolare, lontana dagli altari ecclesiastici inviolati.

A moderare il quinto incontro di “Autunno piovono libri” è stata la pacatezza di Fabio Galadini, devoto all’arte in ogni sua forma e talento creativo locale, mentre a sgrovigliarne le fila narrative, con una formula programmatica iniziale, è intervenuta Giovanna Fortuna, assessore alla cultura del comune di Civita Castellana. L’argomento di dibattito principale è stato il sodalizio tra Lucio Battisti e Mogol, al secolo Giulio Rapetti, candidato al Nobel per la letteratura. Divertente è la presentazione che Galadini ha fornito di sé, essendosi pronunciato come un ologramma: l’artista è abituato a studiare musica meno impattante dei capolavori di Battisti.

La monografia di Assante ,“Lucio Battisti”, è snella, non volatile; battagliera, non estremistica; di formato agevole, non fugace: le opposizioni reciproche si stagliano anche nel testo del critico, conferendo una meccanica all’elemento biografico e alla cronaca storico-musicologica della carriera di Battisti.

La musica leggera e il cantautorato, secondo una fortunata concezione italiana, rappresentano i due estremi di uno spartito filosofico: sebbene sia provato che si incontrano nella poesia, il primo polo assorbe temi associati a una facile trattazione di massa, poco spinti per contributo alla cultura e orientati sulla percorrenza di un excursus emozionale sulla vita sociale, mai, quindi, impegnato. Il cantautorato, invece, folk d’elezione per il suo essere magniloquente e viscerale, spolvera dalla nebbia dei tempi l’impulso alla creazione di un manifesto storico, spesso partitico, della realtà comunemente abbracciata. Molti, a detta di Mogol, hanno calunniato le interpretazioni battistiane per la loro promozione di una linea verde ideologica, improntata al desiderio di riconoscere nell’uomo una creatura fraterna verso gli esemplari della sua specie e delle altre. La linea verde si affaccia immediatamente sul mercato dopo l’approccio della linea gialla -con cui è in grado di sussistere musicalmente- covato nell’immaginario della beat generation. Nel nostro Paese il sentimento beat è maturato e giunto a compimento con il ritornello “Vieni qui, che si balla/ Siamo noi, bandiera gialla” di Gianni Pettenati.

È evidente che nel ventennio 1950 – ’70 si sono consumate le lotte interne alla musica più avvincenti e incrollabili del Novecento, che raramente hanno condotto alla scissione tra parole e melodie d’autore: come ha ricordato Assante, l’unità di ritmo e l’unità di significato si compenetrano per offrire ai più i valori di tanti, profetizzati dall’eleganza di pochi. L’incontro fortuito tra la canzone battistiana e la comunicazione nitida di Mogol è partito da un giudizio negativo di quest’ultimo, che ha definito effimero il brano intonato dal Lucio alle prime armi. Quel Lucio bizzarro e vivo, matematico delle sinfonie, gli ha dato modo di ricredersi fino agli ’80, termine della collaborazione tra il cantante e il paroliere.

Abbiamo dato modo ad Assante e Mogol di dibattere con noi, focalizzandoci sul loro messaggio.

R: Lei, Assante, è un critico musicale: sa unire la formula locutiva, la parola stessa, al potere dell’ascolto dei brani. Quante e che tipo di parole piene giacciono nei testi di Lucio Battisti? Quanto possiamo considerare la sua canzone un genere letterario?

Posso dare una duplice risposta. Nella letteratura è tutto motivato: le parole delle canzoni hanno avuto per me e la mia generazione un’importanza tale da essere una delle forme moderne della letteratura stessa. D’altro canto, come Mogol sa, meglio di chiunque altro, le parole senza musica hanno un peso specifico diverso. La canzone non è poesia: è un prodotto a sé stante che vive dell’interazione tra le parole e la musica. Alcune parole sono belle senza musica, ma al giorno d’oggi noi ci confrontiamo con poca poesia e tante canzoni e la musica è un nostro bisogno: laddove poesia e melodia si uniscono, si ha della grande letteratura moderna. Le canzoni vivono come tali!

R: In un’intervista, rilasciata di recente, ha definito la carriera di Battisti come intessuta sulla decostruzione e sul precorrere chi sarebbe arrivato dopo. A suo avviso il cantante e musicista è stato in grado di incrociare la sua prospettiva da visionario con un lirismo buono, un modus agendi che rispecchia il profumo dell’Italia dalle umili origini?

Mi ricollego a Mogol e al concetto di linea verde: chi le perseguiva era visionario senza guerra e incarnava la sintonia del mondo senza avere la necessità di rompere gli equilibri, il che è cantato in “Imagine” di John Lennon. Vivere la linea verde è trovare un modo per condividere e convivere, perché nella musica e nella vita esiste armonia: trovo che l’umiltà dei valori originari conservati consista in questo.

R: Mogol, lei ha chiarificato il fondamento dell’opera di Assante: la precisione, quasi un antico nitor formale, oltre che contenutistico. Ritiene che il critico sia stato anch’esso un precursore nel bilanciare l’attenzione al dato cronologico con quella che si deve al Battisti artista?

Sì, certamente: Assante è stato in grado di compiere un lavoro bellissimo, ben architettato e ricco di dettagliate testimonianze. La musica e la poesia vi camminano giunte.

Ciò che passa non può essere replicato con sistemi artificiali, con tecnologie ormai folcloristiche e mezzi all’avanguardia avventizi: per ogni smartphone che ci introduce alla musica commerciale, un Battisti ci cambia il cuore con la canzone popolare, grido pacifico di progresso. Mogol ha saputo segnare una strada, quella degli incontri fortuiti e del destino, delle opposizioni astrali e della gioia terrestre: il talento più difficilmente generabile, ma il più compatibile di tutti con l’offerta di una pienezza poetica.






Facebook Twitter Rss