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Provincia tradita dai poteri romani dopo aver portato loro valanghe di voti
24/08/2014 - 02:00
Cosa c’è dopo i confini dell’Ignoto? Oltre le colonne d’Ercole ma anche al di là dei bastioni di Orione? Ai margini dell’impero, là dove le legioni possono soltanto conquistare e distruggere, ma non costruire perché a Roma non converrebbe neanche? Semplice, c’è la Tuscia, la provincia di Viterbo. Terra sempre più alla mercé del potere capitolino, sia esso esercitato dal Governo o dalla Regione. E non inganni Google maps, che dice novanta chilometri scarsi per la Capitale: qui, sulle mappe vere, ci dovrebbe essere scritto “hic sunt leones”. Perché selvaggia e dimenticata è questa contea, e gli ultimi episodi di cronaca confermano e ribadiscono.
Prendiamo il caso più eclatante, la strampalata decisione del ministro dei Beni artistici e culturali, Dario Franceschini, di abolire la Soprintendenza dell’Etruria meridionale. Vale a dire, la struttura pubblica che gestisce l’unico aspetto del territorio riconosciuto a livello mondiale: il patrimonio Etrusco. Idea geniale, non c’è che dire, giustificata naturalmente con la spending review, che ormai si tira in ballo anche per spiegare l’omicidio Kennedy, e che trova nel presidente del Consiglio Renzi (tra l’altro fiero oppositore delle Soprintendenze già da sindaco) il suo profeta laico. E pensare che Franceschini era pure venuto a Viterbo, un paio di mesi fa, accolto come una star, coccolato e vezzeggiato dai quei viterbesi – politici e non – che ancora s’illudevano di poter rilanciare la Tuscia da un punto di vista turistico, artistico e culturale. Balle: questi qui non solo non ci dànno una mano, ma ci tolgono pure quel poco di buono che avevamo. E così, anche la successiva donazione dello stesso Franceschini di 550mila euro (trecentomila per il rilancio di Villa Lante, 250mila per il monastero delle clarisse di Santa Rosa), oggi appare come una ridicola mancetta, un pour-boir che si dà al nipotino picchiatello.
VITERBO - Cosa c’è dopo i confini dell’Ignoto? Oltre le colonne d’Ercole ma anche al di là dei bastioni di Orione? Ai margini dell’impero, là dove le legioni possono soltanto conquistare e distruggere, ma non costruire perché a Roma non converrebbe neanche? Semplice, c’è la Tuscia, la provincia di Viterbo. Terra sempre più alla mercé del potere capitolino, sia esso esercitato dal Governo o dalla Regione. E non inganni Google maps, che dice novanta chilometri scarsi per la Capitale: qui, sulle mappe vere, ci dovrebbe essere scritto “hic sunt leones”. Perché selvaggia e dimenticata è questa contea, e gli ultimi episodi di cronaca confermano e ribadiscono. Prendiamo il caso più eclatante, la strampalata decisione del ministro dei Beni artistici e culturali, Dario Franceschini, di abolire la Soprintendenza dell’Etruria meridionale. Vale a dire, la struttura pubblica che gestisce l’unico aspetto del territorio riconosciuto a livello mondiale: il patrimonio Etrusco. Idea geniale, non c’è che dire, giustificata naturalmente con la spending review, che ormai si tira in ballo anche per spiegare l’omicidio Kennedy, e che trova nel presidente del Consiglio Renzi (tra l’altro fiero oppositore delle Soprintendenze già da sindaco) il suo profeta laico. E pensare che Franceschini era pure venuto a Viterbo, un paio di mesi fa, accolto come una star, coccolato e vezzeggiato dai quei viterbesi – politici e non – che ancora s’illudevano di poter rilanciare la Tuscia da un punto di vista turistico, artistico e culturale. Balle: questi qui non solo non ci dànno una mano, ma ci tolgono pure quel poco di buono che avevamo. E così, anche la successiva donazione dello stesso Franceschini di 550mila euro (trecentomila per il rilancio di Villa Lante, 250mila per il monastero delle clarisse di Santa Rosa), oggi appare come una ridicola mancetta, un pour-boir che si dà al nipotino picchiatello.