

di Giovanni Masotti
VITERBO - Il tempo dei bilanci, precisi e ben soppesati, non è ancora venuto. Ma quello delle impressioni c'è già tutto. Impressioni, certo, non sentenze definitive. Però probanti, che misurano il polso della città in questo contrastato ponte di Ferragosto, dove le luci - ci sembra - sono state in larga parte spente dalle ombre.
E non parliamo del solito degrado che domina nella città dei Papi - erbacce, buche stradali, monumenti violati dai teppisti, episodi di sopraffazione e violenza - bensì di qualcosa di più profondo, che fonda le sue radici nello spirito medievale di Viterbo.
Qualcosa che non va, che è duro da estirpare, che si nutre di egoismi e finisce per danneggiare più del lecito l' immagine del pur affascinante capoluogo della Tuscia. Ebbene sì. È il senso, e il gusto, dell' accoglienza che ancora non c'è. Che resta una chimera. La sindaca Frontini, 'deo gratias', si è presa qualche giorno di vacanza e decanta sui suoi social le paradisiache virtù del Ferragosto tutto sole, mare e amore, esaltando gli spensierati tormentoni estivi, colonna sonora delle poche ma godute giornate del non lavoro dei più.
Ma dimentica accuratamente, la prima cittadina, ('semel in anno licet insanire', per una volta nell' anno è consentito impazzire) le beghe che si trascinano a Viterbo e che le hanno impedito di presentarsi con un biglietto da visita accattivante ai turisti, pur non tantissimi, forse in calo, e per questo ancora più meritevoli di attenzioni e carezze. Macché.
Niente di tutto questo. È stata la sagra della convenienza e della riluttanza. Il trionfo del 'chissene frega'. Due cose, in particolare, ci hanno colpito e hanno urtato la nostra sensibilità. Due cose che, entrambe, sono piombate sul groppone dei comunque non pochi eroici turisti. Una è l' inaccettabile moria di bar dove far colazione la mattina e rifocillarsi durante le poche ore, o la giornata intera più una notte, di visita media alla nostra città.
Dai nostri estimatori, provenienti soprattutto dal nord Italia, sono arrivati complimenti entusiastici alle bellezze del centro storico, ma - contemporaneamente - è scesa una pioggia di stupite lagnanze per la latitanza di alcuni servizi fondamentali in un super ponte di festa. Ma è possibile che, il di' di Ferragosto, siano rimasti aperti soltanto la miseria di sette bar su un totale di una ventina circa tra il Sacrario e San Pellegrino?
Ed è possibile che, giovedì scorso, la serrata dei bar sia stata totale, tra un profluvio di nostalgici cartelli di 'chiuso per ferie' e turni di riposo più o meno spettanti a quei locali? Ripetiamo. Così non si va da nessuna parte. Non si può sfondare nessun muro. Rischiamo seriamente di restare una cenerentola del turismo, di essere costretti ad accontentarci dei visitatori 'mordi e fuggi', cioè 'guarda e scappa', che non è proprio il massimo.
Ma è possibile che sia così arduo superare questo stallo suicida? Per non parlare (lo abbiamo già fatto ieri l' altro nel nostro giornale) dello sciagurato boom dei prezzi che ha reso quasi un privilegio per pochi andarsene a mangiare nei ristoranti cittadini, quelli in funzione... In un anno il costo di un pasto è cresciuto di oltre il 15 per cento!
Anche in questo caso è possibile che non si possa fare niente per togliere Viterbo dalla prima scomoda posizione a livello nazionale per il caro prezzi nella ristorazione? Di record, francamente, ne vorremmo ben altri. Arriveranno mai? Certamente no, se si continuerà con questa cieca testardaggine, con questa mentalità 'dentro le mura'. E intanto buona estate a tutti!