

CIVITA CASTELLANA - Si è tenuta questa mattina, alla presenza del sindaco Luca Giampieri, di Sara De Angelis, direttrice del Museo Archeologico dell’Agro Falisco e di Stefano Petrocchi, direttore dei Sistemi Museali del Lazio, la conferenza stampa con cui sono state presentate le coppe in argento dorato tornate alle origini grazie al progetto “100 opere tornano a casa”.
Quest’ultimo è stato lanciato dal ministro della Cultura, Dario Franceschini, per valorizzare il patrimonio storico artistico e archeologico italiano conservato nei depositi dei luoghi d’arte statali e per promuovere i musei del territorio.
“Oggi tornano a casa due opere importanti per il territorio - esordisce Petrocchi - l’intento di “100 opere” è quello di rimettere in circolazione opere che sono, per la maggior parte, conservate in grandi depositi museali. L’idea è quella di riportarli nei territori di appartenenza, due splendide coppe dell’età falisca tornano esattamente dove furono rinvenute nel 1811”.
“Per Civita Castellana è un richiamo assoluto sia a livello turistico che di prestigio culturale - esprime la propria soddisfazione Giampieri - avremo l’onore di ospitare queste opere per almeno dieci anni, ma sembra che sia rinnovabile”.
Le coppe in argento, come si evince dalla documentazione di archivio, furono rinvenute nel 1811 nel territorio dell'attuale Civita Castellana presso l’abitato di Falerii Novi insieme ad altri recipienti in argento. La deposizione di questo piccolo tesoretto deve essere avvenuta dopo il 241 a.C., anno della fondazione della città; così come proposto dal prof. Coarelli, le coppe facevano probabilmente parte del bottino di una delle guerre asiatiche del II sec. a.C., verosimilmente realizzate nella città di Pergamo, in Asia Minore. Le coppe sono esposte all’interno del percorso museale, allestito negli appartamenti papali del Forte Sangallo, insieme ai materiali qui conservati e visibili provenienti dallo stesso sito.
“Sono frutto di un rinvenimento - rende noto la De Angelis - abbastanza casuale, furono trovate da un contadino mentre arava in campagna. Questo ci dà testimonianza sia della ricchezza dell’abitato, sia anche della dispersione dei materiali. Di questo tesoro, noi ne conosciamo oggi ⅘ pezzi, non di più”.