


di SDA
VITERBO - Un fiume in piena, come da copione. Filippo Rossi torna a parlare di Viterbo per presentare il suo nuovo libro ('Pensare la città, Viterbo immaginaria, leggere il futuro'), ma quello che doveva essere uno sforzo intellettuale o un momento di confronto sul futuro del capoluogo si è trasformato nell'ennesimo esercizio di parvenza di retorica politicante. Un lungo elenco di ciò che la città 'non è', infarcito di diagnosi impietose, ma desolatamente privo di uno straccio di soluzione pratica.
La sala dello spazio Bic Lazio a Valle Faul si riempie, tra cittadini curiosi e una folta schiera di esponenti politici — in gran parte di Fratelli d'Italia e del centrodestra — pronti ad applaudire il 'ritorno'. Eppure, la sensazione che resta a fine serata è la solita: un’abile operazione di fascino teorico che vive del più classico atteggiamento da campagna elettorale permanente.
La formula di Rossi è collaudata: prendere i punti di forza del territorio e trasformarli nel rosario delle occasioni perdute. 'Viterbo ha le terme ma non è una città termale, ha l’università ma non è universitaria'. E ancora: Villa Lante non valorizzata, San Martino al Cimino trattato come periferia, la città 'depressa' perché priva di un multisala in centro e incapace di protestare.
Analisi facili, che solleticano la pancia di una cittadinanza stanca. Ma dove sono i progetti? Dove sono le coperture finanziarie? Dove sono le soluzioni fattibili?
L'autore si affretta a mettere le mani avanti spiegando che il suo 'non è un programma elettorale' e che si tratta solo di 'una possibile proposta'. Salvo poi avventurarsi in ricette amministrative a dir poco discutibili, come l'idea di tagliare i fondi alla manutenzione ordinaria e al verde pubblico per finanziare cinema o festival gestiti dal Comune. Una provocazione da salotto che si scontra frontalmente con la realtà quotidiana di chi la città la vive e la deve amministrare.
Non manca la stoccata generalizzata alla politica e alla gestione del Pnrr ('speso male'), l'attacco ai cantieri cittadini come piazza Crispi o l'ascensore al Sacrario, e la tesi secondo cui la mancanza di infrastrutture e collegamenti sia solo una scusa.
Poi il discorso cade immancabilmente su Caffeina, ferita ancora aperta nel dibattito cittadino. Rossi attacca la 'bandocrazia' e accusa la scarsità di imprenditori disposti a investire rispetto al Nord, sostenendo che l'amministrazione pubblica dovrebbe farsi 'imprenditore culturale' sul modello di Bagnoregio. Un'analisi che suona quasi come un'auto-assoluzione, dove la responsabilità del passato viene fatta cadere sul sistema dei bandi e sulla mancanza di coraggio della politica locale.
Il pubblico applaude, la platea politica incassa e ringrazia. Ma al netto dell'esibizione dialettica e dei toni accorati, la Viterbo di Filippo Rossi resta per l'appunto 'immaginaria'. Una narrazione suggestiva che indica con facilità cosa non va, ma che continua a non spiegare come, con quali risorse e con quali competenze si dovrebbe costruire il futuro. L'ennesima dimostrazione che criticare dal palco è un'arte semplice; offrire risposte reali, invece, è tutta un'altra storia.