ANNO 16 n° 274
Super batterio, niente
allarmi nella Tuscia
Intervista al professor Antonio Caterini direttore dell’Unità Operativa al Belcolle
08/06/2016 - 02:00

di Domenico Cacciola

VITERBO - Si fa un gran parlare in questi giorni sui media, ma non solo, del super batterio che pare abbia sconfitto gli antibiotici. Il caso della quarantottenne infettata, che vive in Pennsylvania, negli Stati Uniti, appassiona non solo medici, scienziati e ricercatori ma l’uomo comune che si sente minacciato dall’ennesimo morbo sconosciuto. Solo che questa volta del morbo che spaventa conosciamo nome e cognome, lo abbiamo tenuto sotto controllo e sconfitto quotidianamente dall’avvento della penicellina, ma che ora pare sia lui, al tavolo di una partita a scacchi immaginaria, ad aver messo noi umani se non proprio sotto scacco in una di quelle posizioni che gli esperti del gioco chiamano ''posizione di stallo''. Stiamo parlando dell’escherichia coli agente patogeno che, almeno in questo caso accertato, ha messo ko persino la colistina, antibiotico di ultima generazione.

Prima di abbandonarsi ad allarmismi o credere a catastrofiche previsioni che preconizzano addirittura la morte di milioni di individui, abbiamo cercato di capirci qualcosa rivolgendo poche e semplici domande a chi studia, combatte e tiene sotto stretta sorveglianza questi esseri che in principio, subito dopo il big bang, hanno iniziato il lungo cammino della vita sul pianeta chiamato Terra.

Si tratta del Professor Antonio Caterini direttore dell’unità operativa complessa del centro di riferimento Aids presso il reparto di malattie infettive dell’Ospedale Belcolle di Viterbo. Caterini è anche coordinatore del settore dello stesso nosocomio, che si occupa delle problematiche relative alle infezioni ospedaliere.

Professore può spiegare quale è la differenza tra batterio e virus?

''Sono due specie eziologiche (riguarda in medicina lo studio delle cause di una patologia ndr)diverse. Il virus è un parassita obbligato delle cellule che non è in grado da solo di potersi riprodurre e dunque necessita sempre di appoggiarsi alla cellula. Il batterio, invece, è un elemento unicellulare capace di replicarsi autonomamente e quindi non appartiene alla famiglia dei parassiti obbligati. I batteri sono dal punto di vista morfologico molto più grandi dei virus: per combattere i primi si possono usare delle armi efficaci come gli antibiotici che invece non hanno nessun azione contro i virus. L’errore più comune nel cattivo utilizzo de questi ultimi, per esempio nell’ambito di una semplice sindrome influenzale, è l’utilizzo improprio di farmaci che finiscono per creare potenziali resistenze a quelle classi di antibiotici che vengono somministrati''.

L’escherichia coli, questo super batterio che tanto ci allarma, a che famiglia di agenti patogeni appartiene e quali sono le cure più efficaci?

''Si tratta di un battere appartenente alla famiglia dei Gram negativi. Posso dire che dal punto di vista medico sono interessanti in quanto si tratta prevalentemente di germi che insistono nel procurare delle infezioni a carico o delle vie urinarie e intestinali. È frequente riscontrare in ambiente ospedaliero tale patologia poichè il germe quasi sempre complica un cateterismo vescicole in un soggetto ricoverato con un infezione delle vie urinarie. Ancora, l’escherichia coli è agente infettivo presente nelle cistiti o in alcune uretriti. Normalmente lo si sconfigge con la somministrazione di antibiotici abbastanza comuni. Tuttavia, sia in Italia che in Europa, già da tempo, si riscontrano numerose segnalazioni che dimostrano come antibiotici usati per curare l’escherichia coli cominciano ad avere qualche difficoltà nel vincere il batterio. Difatti riscontriamo un 40-45% di casi di escherichia coli in Occidentie, in cui i pazienti non sarebbero più sensibili all’antibiotico usato contro questa patologia. Mi riferisco in particolare alla ciprofloxsacina.. Occorre prestare particolare attenzione a questo aspetto ed è sempre consigliabile sottoporre da subito queste persone ad un antibiogramma: esame particolarmente indicato ed efficace per selezionare quale antibiotico utilizzare in seguito per una cura efficace e risolutiva''.

E’ dunque giunta alla fine l’era degli antibiotici. Esistono terapie farmacologiche alternative? La ricerca sta studiando una generazione di farmaci nuovi magari più aggressivi?

''Bisogna fare una doverosa ed importante precisazione. Occorre ricordare che storicamente gli antibiotici dalla penicillina come capostipite a tutti gli altri derivati, fino alle molecole di ultima generazione inserite dalle moderne industrie farmaceutiche, hanno radicalmente mutato la storia dell’individuo e della sua personale risposta immunitaria, non ultime anche le vaccinazioni. Pertanto oggi non è pensabile uno scenario in cui anche se gli antibiotici divenissero inefficaci sia possibile pensare ad una terapia farmacologica priva di questo strumento di lotta agli agenti patogeni. Prima che questo avvenga passeranno moltissimi anni. Nella realtà immediata dovremmo incidere con buone politiche sanitarie e potremmo forse riuscire a sconfiggere questa remota possibilità. Un dato è certo: da molti anni nuovi antibiotici non vengono posti sullo scenario della lotta a queste patologie. E’ tuttavia confortante sapere che ultimamente le industri farmaceutiche per quel che riguarda le ultime molecole sintetizzate ed introdotte sul mercato vengono salvaguardate e somministrate solo in particolari situazioni e non in altre. Tutto questo si rende necessario proprio per scongiurare il pericolo che se usate massicciamente possano generare delle resistenze e diventare inefficaci per i pazienti''.

Esiste un rischio reale di diffusione del batterio in questione nei presidi medici ospedalieri di Viterbo e della sua provincia? La possibilità, nel peggiore degli scenari, di un pericolo contagio?

''Non escludo che l’episodio occorso alla signora americana possa verificarsi in Occidente o da noi in particolare viste anche le segnalazioni occasionali giunte e riguardanti questi germi multiresistenti che per noi che li studiamo ed affrontiamo quotidianamente sono già una realtà in tutte le strutture assistenziali. Penso ad esempio ai germi enterobbaterici o enterobatteriacei come la klebsiella, l’enterobacter, gli enterococchi o stafilococchi multiresistenti che sono già una realtà presente da tempo tenuta da tutti noi sotto stretta sorveglianza. La nostra unità operativa ne controlla, all’interno dei nostri ospedali quantità, presenza e prevalenza, intervenendo contro questi agenti infettivi con progetti di interventi a livello ospedaliero mirati ad arginarli. Il rischio c’è e ne siamo perfettamente consapevoli. Va detto, però, che oltre ad essere allertati e preparati non abbassiamo mai la guardia e li monitoriamo cercando costantemente di ostacolarne la proliferazione.

In realtà il primo e corretto protocollo di contrasto efficace è la semplice abitudine di lavarsi le mani anche più e più volte nel corso della giornata. Non mi stancherò mai di dirlo, una pratica che da sola ha una azione preponderante su questi agenti infettivi e sulla loro trasmissibilità che spesso e volentieri si trasmettono per contatto diretto tra un paziente ed un altro o tra operatore sanitario e paziente. Una misura questa del lavarsi le mani a bassissimo costo che spesso è, purtroppo, disattesa''.

L’incidenza del contagio in ospedalizzazione vi spinge all’adozione di protocolli particolari? Nei nosocomi della Tuscia quali sono le stime di rischio e i dati ufficiali?

''Utilizziamo uno specifico protocollo nei casi di alcuni agenti infettivi che danno qualche particolare preoccupazione. Accennavo prima alla klebsiella dimostratasi resistente ad una classe di antibiotici derivati dalla penicillina che sia chiamano carbapenemici. Questo agente patogeno che fino a qualche tempo fa era quasi sconfitto dai carbapenemici, oggi questi stessi farmaci non hanno più alcun effetto. E’, quindi è un agente infettivo che assolutamente dobbiamo monitorare per capire in quali ambiti si scatena questa infezione intervenire prontamente per scongiurare l’epidemia che potrebbe dar luogo in ambito nosocomiale.

A Viterbo abbiamo, così come sul territorio nazionale dei protocolli che cercano di impedire la diffusione di questi agenti infettivi. Protocolli che partono dall’anamnesi del paziente che viene ricoverato fino allo studio di materiale fecale ed urinario attraverso gli antibiogrammi del malato. Una volta individuato ed isolato il germe anche il paziente è posto in isolamento nel caso più grave o in alternativa se il caso è meno grave vengono applicate tutte le precauzione denominate da contatto. Protocolli che sanitari e infermieri conoscono bene per evitare di estendere il contagio ad altri pazienti. L’infezione crociata tra paziente e paziente o nosocomiale tra sanitario e paziente che si scambiano il germe dobbiamo evitarla assolutamente tenendo gli occhi bene aperti nello svolgere quotidianamente bene il nostro lavoro. A Viterbo per poter far questo, è stato istituito già da tempo un comitato per lo studio ed il controllo delle infezioni ospedaliere con un suo team specializzato composto da infermieri epidemiologiche da i suo ottimi risultati.

Abbiamo, inoltre, fatto una indagine di sorveglianza epidemiologica sulle infezioni ospedaliere all’intero del nostro nosocomio e le percentuali riscontrate sono sovrapponibili con quelle relative al resto degli presici ospedalieri del territorio nazionale. Non nascondo che dovrebbe essere fatto qualcosa di più soprattutto operativamente, però dobbiamo sempre confrontarci con risorse e mezzi che sono sempre più scarsi: occorrono più medici ed infermieri dedicati come pure occorrerebbero medici specializzati nelle sorveglianze alle infezioni ospedaliere. Ma i tempi di crisi con le assunzioni bloccate e precari sempre più precari, non ci permettono di essere ottimisti nonostante che, al riguardo, quello che facciamo in merito alla lotta delle infezioni ospedaliere è gia già molto garantendo allo stesso tempo l’ordinario cercando di mantenere per entrambi standard qualitativamente alti''.






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