



VITERBO - Una musica che sembra ipnotizzare e scalfire, a tratti persuasiva e lenta, parla quasi di rassegnazione agli spettatori: la schermata bianca con il bellissimo logo di Dove, un volatile libero di sbattere le ali, lancia una spaventosa previsione. Ecco il vaticinio a cui il nostro spot pare cedere, ossia “Entro il 2025, si prevede che l’Intelligenza Artificiale genererà il 90% dei contenuti online”.
Uno smacco per tutte le sfumature della bellezza, la resa dei conti innaturale per chi ha fondato il suo essere sull’entusiasmo della sana apparenza. L’apparenza svincolata da ogni canone remoto, da ogni caratteristica che getta la donna nell’agonismo più illogico: quello che spinge ad illazioni, a confronti sterili, al cammino sorpassato verso la perfezione.
Una ragazza meravigliosa, colpita dalla triste possibilità, si avventura ad esplorare il futuro attraverso un motore di ricerca: non sono i suoi ricci curati ad esaltarne il fascino, ma la tendenza ad emozionarsi per ciò a cui riesce a risalire. Uno slash seguito da “immagina” e da “una donna stupenda” compare nella barra del browser ideale, annebbiando lo schermo con ricostruzioni preoccupanti di modelli di bellezza.
Ciò che fa riflettere è l’ossimoro proposto da Dove in questa ultima campagna, intitolata “The Code”: dopo un’Intelligenza Artificiale designata con le rituali maiuscole, l’azienda regala al pubblico la definizione di Bellezza Autentica, un mezzo che utilizza per esportare l’amor proprio da ben 20 anni. Nulla da invidiare all’acronimo asettico di IA, la Bellezza Autentica non ha bisogno di sintesi per emergere e dar voce al mondo.
Ecco che Dove ribalta gli stigmi e rielabora le proporzioni tra il perfetto e il vero: la bellezza secondo la casa produttrice di cosmetici abita nella varietà, nella rivoluzione, nel diritto delle donne a grandiose differenze e a contrasti mai incolmabili, perché ciò che allontana è ciò che avvicina. Questo è l’arcobaleno di maestosità che invita la ragazza a ricercare di nuovo, avvalendosi però del senso letterale del termine: cercare di nuovo per ritrovarsi in una vita pulsante e dinamica, della quale la sola naturalezza è manifesto di gioia e ogni perplessità si dissolve nell’unico. Irripetibile lo è ogni persona, non appena sbatte le ali alla conquista di uno spazio per sé.
Il quesito finale è “Che tipo di bellezza vogliamo insegnare all’Intelligenza Artificiale?”. La risposta è in un tubo catodico pieno di storie, in cui un gruppo di donne non posa per Dove, ma per rappresentare il proprio valore. Le riprese sono del 2004, ma il lasso temporale che le collega a veloci immagini di skincare quotidiana, momenti felici e grandi sorrisi è contenuto nel segreto più noto a ognuna di noi: l’entusiasmo nel non chinare il capo ad alcun bivio, sia anche quello tra imprevedibili orientamenti e il vigore incontrastato del bello, che vince e vincerà sempre.
Il claim si conclude con una mamma e sua figlia che guardano l’inserzione più inclusiva che esista: il suo messaggio si può riassumere con “Sì, importa come sei, ma in primis deve importare a chi sei”. L’odissea dell’imperfezione in un universo di riflettori vede mostri marini indomiti e insensibili, ma nulla vale e coinvolge di più una pelle che trasuda emozioni e uno speciale coraggio. Il potere non è nelle mani di alcunché, ma nell’arbitrio e nella forza inalienabile di donne e uomini.