ANNO 16 n° 273
Sono etrusco della bassa, dove il tempo è rimasto sospeso
A cura di Michele Palazzetti - Istituto Psicologico Europeo
28/11/2012 - 04:00

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Ho cinquantuno anni. Sono un consulente. Lavoro con singole persone che si rivolgono a me, come coach, per avere aiuto nel raggiungere un loro obiettivo. Con gruppi, ai quali offro formazione in processi di comunicazione. Con aziende, che mi chiamano per progettare prodotti, iniziative ed eventi. Vivo a Roma, da molti anni. Ma sono etrusco. Di quella Maremma bassa che non è Toscana, ogni tanto vorrebbe e più spesso se ne frega.

Sono nato all'ospedale di Viterbo e l'ora è sempre stata fissata dai miei in modo contrastato. Mio padre diceva che gli avevo impedito di vedere la vittoria di Celentano al festival di Sanremo. Mia madre sosteneva fossi venuto al mondo nel primo pomeriggio. Io credo che Celentano quell'anno non abbia vinto e che non fosse neppure il giorno della finale. Non ho mai voluto saperne di più.

Però la questione del tempo è interessante.

A Viterbo ho passato quasi quindici anni. Solo quando me ne sono allontanato ho capito che la viterbesitudine ha una sua particolare concezione del tempo. Come una dimensione sospesa, indeterminabile.

Di ritorno alla mia città avevo difficoltà a prendere un appuntamento con gli amici. 'Ci vediamo...'. 'Ci si vede in serata'. Uno sforzo amorevole di precisione poteva maturare un 'Verso le sette', che significava una qualsiasi ora successiva. Era il modo di chi discende da culture regolate dal sole, dalle attività contadine. E dalle consuetudini sociali. Che bisogno c’è di fissare l’ora esatta di un incontro amicale, se sai che uscendo, prima o poi l’incontro avviene e sai perfino in quali strade avverrà, perché i loro frequentatori sono abituali? Il tempo qui è più lento altrove. Sarà perché all’etrusca aspettiamo di leggerne i segni, o perché storicamente ne siamo stati raramente padroni; comunque mi piace considerare che esista un “tempo viterbese”. In fondo non sono queste le cose che ben più di un costume medievale fanno la nostra identità culturale? Cose che condizionano il nostro modo di fare esperienza della realtà.

E se ci piace che di questo nostro carattere si conservi memoria, dovremmo concederci di viverlo consapevolmente. Mi spiego. La ricetta correttamente scritta dell'acquacotta della nonna può servire a replicare il piatto; ma se voglio che con quello riappaiano sapori, odori, gesti, riti che mi hanno fatto crescere, allora devo considerare quei componenti che non sono indispensabili. Come il fatto che nonna, prima di scegliere le verdure, tirasse tutti i capelli in crocchia ben stirata, poi lisciasse il grembiule sul davanti, sbirciasse il fuoco per accertarsi che consumasse bene, mi dicesse “a dio piacendo, mangeremo bene” e solo dopo si mettesse all’opera.

Per questo ho apprezzato che sulla locandina di uno spettacolo teatrale di Paolo Manganiello, in scena tempo fa all’aperto, al Bullicame, fosse scritto 'inizio all'imbrunire'. Molto viterbese. Sanamente nostro.

 

Michele Palazzetti

Responsabile Coaching e Formazione

Istituto Psicologico Europeo

ipseroma@gmail.com

Tel. 06.81.17.00.34

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