

VITERBO – Scena numero uno: un paio di brocche d’acqua appoggiate sul tavolo, per rinfrescare i presenti. Scena numero due: lo stato maggiore della società, un po’ accaldato, pronto a replicare punto su punto. Scena numero tre: tra l’incudine e il martello la Talete se ne sta. L’incudine, cioè la necessità anzi l’obbligo di riscuotere i soldi delle bollette non pagate da parte di privati e aziende. Il martello, la mancanza di gioco di squadra con le istituzioni e anzi la strumentalizzazione che certi politici fanno della faccenda. Già, perché il fatto che la società (pubblica) che gestisce l’acqua (pubblica) abbia staccato negli ultimi tempi diverse utenze per morosità ha scatenato sulla stampa attacchi e contro attacchi. Non sempre chiari, non sempre motivati. Ci pensa allora il presidente di Talete, Marco Fedele, a mettere i punti sulle proverbiali “i”. E lo fa col piglio dell’avvocato, che poi sarebbe anche il suo mestiere di tutti i giorni.
Intanto, c’è un problema di immagine, di percezione da parte dei cittadini, che individuano Talete come l’orco brutto e cattivo delle favole, quello che taglia e stacca senza pietà. “Siamo una società per azioni, d’accordo, ma totalmente pubblica. La Talete non è di nessuno se non dei Comuni e della Provincia che ne sono soci: non siamo una normale Spa, in cui il consiglio d’amministrazione ha libertà di agire. Non fissiamo le tariffe ma siamo obbligati ad applicare quelle decise dall’Ato. La riscossione delle bollette è una parte fondamentale del ruolo della società, visto che il sostentamento dell’azienda avviene solo attraverso questo. Tutto ciò deve essere chiaro, visto che ho letto e ho sentito dichiarazioni di amministratori pubblici evidentemente ancora poco ferrati su questi concetti”.
Ma passiamo ai numeri, alla sfilza di bollette non pagate che hanno causato l’azione della Talete e le successive polemiche. “Già nel 2010, poco dopo l’insediamento di questo consiglio, ci siamo accorti che la morosità era altissima, e perciò, coerentemente coi regolamenti, ci siamo attivati per contrastare questo fenomeno – spiega Fedele – Nel 2012 abbiamo recuperato 2.9 milioni di euro delle vecchie spettanze, ma è all’inizio del 2013 che la situazione è esplosa in tutta la sua gravità. Per i primi tre mesi dell’anno in corso la morosità è arrivata, in certi comuni, a toccare punte del 46 per cento. Praticamente, una persona su due non pagava le bollette. E perciò abbiamo attivato il procedimento previsto per la riscossione. Procedimento che da fine maggio è entrato nella sua fase pratica”. Come funziona? La morosità deve essere grave, cioè almeno quattro bollette non pagate. Se sono di meno, si accumula sulla bolletta successiva. C’è tutta una serie di avvisi. Poi, quando dalle Poste arriva la ricevuta di ritorno della ricezione da parte dell’utente e del non pagamento, la Talete stacca il contatore e mette tutto in mano ad un legale perché allora “diventa chiara la volontà di non rispettare il contratto”.
“Svolgiamo un servizio pubblico e non possiamo esimerci dall’incassare crediti – prosegue Fedele – Mi preme però evidenziare che negli ultimi tempi abbiamo inviato 943 raccomandate relative a utenze morose nei primi mesi del 2013 e relative solo a Viterbo. Si tratta di utenze aziendali, e non di privati cittadini: abbiamo deciso di iniziare dalle aziende, a fine agosto invece attiveremo le procedure anche per i cittadini morosi. Bene, delle 943 raccomandante inviate, 393 hanno risposto sanando subito le loro posizioni arretrate; 303 utenti ci hanno contattato, ammettendo problemi o difficoltà specifiche e concordando un piano di rientro rateizzato e trovando da parte nostra la massima disponibilità. In tutto fa il 76 per cento. Rimane un 24 per cento di richieste rimaste senza riscontri. La morale? Che forse è stato fatto molto rumore per nulla e che serviva anche all’utente che qualcuno gli ricordasse che doveva pagare”.
Fedele precisa poi che la morosità è diffusa in tutta la provincia, senza aree più colpite rispetto alle altre. Difficile dunque distinguere le cause, anche se la crisi economica e la “protesta civica” nei confronti dell’arsenico possono essere due delle maggiori indiziate. “Anche se l’arsenico non dipende certo da noi ma da chi, come la Regione, doveva risolvere la situazione da tempo. Semmai noi l’arsenico lo subiamo, come lo subiscono i cittadini. E la qualità dell’acqua non impone un adeguamento delle tariffe”, dice Fedele. Che poi illustra le procedure di sensibilità adottate dall’azienda, come l’azione concordata con i Servizi sociali dei vari Comuni per le situazioni più delicate, la disponibilità a recepire le richieste della Confartigianato (“Unica associazione a proporre una strategia di convenzioni o assicurazioni”) e l’apertura di credito nei confronti della nuova amministrazione comunale di Viterbo in merito alle case occupate abusivamente.
E si finisce in bellezza, si fa per dire, sottolineando gli interventi messi in atto dal Cda per ridurre i costi della Talete, a partite dalla riduzione del parco macchine, dell’ottimizzazione e della formazione del personale interno e della risoluzione di alcuni contratti esterni: “Una contrazione di costi che ci permette di sopravvivere. Sapete quanto prende un consigliere in busta paga? Poco più di 400 euro al mese. E il presidente 1200. Il cittadino non è tenuto a sapere come funziona tutto il ciclo della gestione dell’acqua, e va bene. Ma quello che ci preoccupa è il fuoco amico delle istituzioni, che non risolve certo i problemi, anzi”. Ci voleva la prima conferenza stampa della Talete negli ultimi anni per mettere in chiaro queste cose. E chissà se i messaggi, come le raccomandate dei morosi, arriveranno puntualmente a destinazione.