ANNO 16 n° 272
Sinner e Lavazza parlano di eccellenza: la vittoria è del team o del singolo?
Conquistare una vetta è l’ambizione di tutti. Sta nel percorso o nel traguardo?
Elsa
22/08/2024 - 08:35
di Elsa Berardi

VITERBO - Per disegnare il nostrano tennista più in gamba basta la semplice stilizzazione di una chioma rossa: chiunque, anche il meno sollecito nel trattare di sport, si renderebbe conto di essere di fronte a un colosso.

Il metro e novantadue di statura, il cappellino scuro calato sulla fronte e l’espressione perennemente furbetta, ma mai inutilmente astiosa rendono Jannik Sinner un bengodi di agonismo mica da ridere… Il mondo ce lo invidia!

Apprezzato dagli italiani per il suo mindset, lontano dalla caparbia esuberanza della vittoria, è stato trafugato da Lavazza nel pieno divenire dei suoi successi, per testimoniare che l’aspirazione al massimo è croce e delizia di ogni comunità. Anzi, di ogni singolo: questo gentiluomo classe 2001, ovvero l’avversario da battere, è spesso da solo davanti alle sue incertezze, pur macinando riconoscimenti come un figlio d’arte. Qui pedagogia altoatesina ci cova: la libertà di un ragazzo è la linfa dei suoi genitori, ma comporta dei rischi che vanno autogestiti, nonostante i Sinner siano il porto sicuro di Jannik.

L’avversario irriducibile di ogni campione di lanci e rovesci, il leader di uno sport che non infervora è invero un giovane con pochi e chiari progetti, più semplice e generoso che mai, anche felicemente fidanzato. Eppure lo spot delle capsule di caffè Lavazza ha ironicamente trasfigurato quest’aura di purezza, rendendo Jannik Sinner a immagine e somiglianza di un interprete della competizione tricolore.

Jannik è seduto con una tazzina di caffè in mano ed è mostrato in un possibile backstage dello spot, mentre estrapola dal proprio intuito un canovaccio inappuntabile: il tennista se ne esce con un repertorio di frasi tanto belle da poter donare appeal anche a una bustina di lattuga iceberg, senza che i salvacena improvvisati ce ne vogliano.

Un applauso e un sonoro “buona!” del team di creativi che segue il ragazzo, dalla regista ai fonici, non accontenta affatto la fame di ascesa di Jannik, tant’è che prova e riprova la reclame all’infinito. La scena magna, che rivela la simpatica sgangheratezza dei creativi e l’indomabile disciplina del tennista, è proprio quella finale: dopo un loop di claim quasi perfetti, che per Jannik diventano inspiegabili automatismi, il ragazzo chiede di provare nuovamente, facendo stremare anche la compita regista.

Lo spot apre a un ventaglio di messaggi, tutti ossimorici a vicenda: l’eccellenza è una scelta personale, quindi il sostegno della squadra è un elemento a margine, ma al contempo è il “genio” (se è proprio necessario rispolverare quest’etichetta) a chiedere alla squadra di essere indirizzato (vedere la continua richiesta di riprovare); credere nel successo è una sfida con il proprio io, ma un io che brama successo e ammirazione può trascinare in un limbo di stress chi lo circonda.

Resta il fatto che, nonostante la definizione sociologica e il senso di questo filmato, ci siamo tutti divertiti in quanto pubblico a conoscere un Sinner inedito, forse presentato in una chiave di comicità, ma non sappiamo se il Sinner di Lavazza sia troppo distante da quello dei duri allenamenti, dei sacrifici, delle ambizioni incombenti.

Godiamoci, intanto, le vette che il tennista conquista e i suoi atti di inaspettata tenerezza, invece lontani dal ritratto intessuto sulle sue spalle dallo spot: se un mito sportivo trascina le folle è perché è avvicinabile, non cristallizzato nella sua potenza. E su questo - permetteteci un meritato omaggio - Coppi e Bartali docent!






Facebook Twitter Rss