


SPOT CARPISA NATALE 2025 - Guarda qui lo spot: https://www.youtube.com/watch?v=-r7dqRQ7DN0

VITERBO - “Bellezza”: che desueto confine tra quello che piace e quel che non è in uso… Oppure, dichiarare qualcosa come piacevole è ancora indice di apprezzamento? E, quesito miliare degli ultimi decenni… Annunciare la bellezza di qualcuno è prepararsi a fionde di accuse, tra cui quella di aver minimizzato qualità che fanno capo a cuore e mente?
Niente di tutto questo può essere confermabile, soprattutto dai fatti che, storicamente, una donna vive: la gentilezza dei suoi tratti estetici può essere in taluni casi conciliante per chi la guarda, ma la sua propensione genetica alla grazia (o a mantenere forme, per convenzione, delicate) deve essere scremata dalle sue abilità creative, intellettive e relazionali. Si pensi a un contesto professionale o amicale: è la preparazione o l’umanità della persona a offrirci di rimando un bel ritratto della stessa, non certamente il contrario.
Quando un aspetto estetico che infonde pace e gradimento si fonde, però, con la genuinità, ogni gesto e ogni sorriso configurano un volto autentico: Samira Lui, ex professoressa nel quiz show L’Eredità, rivela con gusto e stile la sua bellezza anche nelle collaborazioni pubblicitarie, trasferendo un personale apprezzamento per la moda. Non è fortuito il suo ruolo di testimonial per Carpisa: in un Natale, come il presente, ormai lontano da lockdown ovattati, anche un ricevimento glam inizia a fare meno paura. È infatti questa la traccia scelta per la nuova campagna promozionale crossmediale.
Alcune giovani si incontrano a casa di un’amica in comune, tutte sfoggiando una borsa Carpisa. La formula riproduce il binomio pubblicitario tra moda casual e appuntamento amicale, partecipato da persone simili per preferenze e gusti che si godono i loro accessori e conversano del più e del meno.
È importante sottolineare come questa sia una semplice filiera comunicativa, quindi non un canovaccio da spot progresso: gli elementi su cui si fonda albergano tutti nella notorietà del prodotto pubblicizzato, anziché nella trasposizione di concetti sociali e culturali elevati. Di certo, non possiamo piazzare una realizzazione così frizzante sullo stesso piano di spot meno curati, ma non appare – è oggettivo – depositario di contenuti didattici o dal respiro universale.
Le ragazze, tra bracciali natalizi come decorazioni per i bicchieri, si “godono” l’entrata veloce – un antipasto? Un break molto leggero? – di un grappolo d’uva a tavola, passandoselo con nonchalance. La scelta dell’alimento risponde, probabilmente, a ragioni di cromatismo e assonanza con i bracciali (i chicchi sono piccini, gli charm anche), ma potrebbe rappresentare un turning point discutibile: le giovani hanno un aspetto slanciato, armonioso… Ma il nutrimento per dare corpo a questa bellezza si basa solo su snack estemporanei? Se ne potrebbe riflettere a lungo, nonostante sia un elemento accuratamente sfumato.
Le amiche accolgono la bella Samira, che entra molto felice di condividere con loro del tempo. Tutte scartano regali marchiati Carpisa e si divertono a improvvisare un tenero balletto, così impetuoso da coinvolgere un dolce cane, le borse vengono inquadrate in simultanea tra le giravolte e Samira chiude con “Buon Natale, da Carpisa!”. Alla fine, il brand si presenta ex abrupto, lasciando nell’impressione che i coinvolgimenti appena inscenati fossero solo un divertente intermezzo. Bello, o meglio, tanto bello da comunicare anche altro?
Un trait d’union del nostro spot è la gioia – ovviamente giustificata dal prestigio di Carpisa – intorno a un prodotto senza il suo placement: a che cosa vorrebbe alludere un approccio così organizzato? Probabilmente, a una bellezza estetica dell’oggetto quotidiano a cui non serve un nome per essere ricordato, ma un volto che lo indossi felice (“fit”, infatti, traduce non solo l’aggettivo “salutare”, ma anche il verbo “calzare”, spesso con disinvoltura). O anche, se vogliamo essere puntuali, alla sempre più marcata influenza della “cosa” di valore nei nostri scambi di presenti, per la quale siamo disposti a fare carte false (sia nel donarla sia nel riceverla). Sì, ora piace così. Ma quel che piace è sempre funzionale, educativo, better fitting? Cosa si aspira a lasciare, seppure con un tramite che inneggi alla leggerezza?
Per una bellezza che non venga additata come peccato o privilegio, una grazia che non sembri anacronistica e una bontà che non appaia come un rischio, soprattutto per sé stessi, estendere il respiro di un sorriso a trentadue denti può portare a sviluppi inaspettati anche nel comunicare un prodotto. Forse, anche nel renderlo meno elitario e più disposto alla versatilità: la borsa Carpisa la indossano le belle amiche, ma anche tante mamme apprensive, tante nonne emozionate, tante figlie disobbedienti, innamorate, reali che affollano strade e punti vendita di ogni tipo. Tante che, probabilmente, la borsa Carpisa la possiedono, ma non ci leggono un epiteto personale, un’estensione di sé, il senso della propria sfera conviviale.
Perché sì, la bellezza siamo noi tutte (e tutti). E non dobbiamo temere di esaltarla, liberarla, “makeupparla”: forse non otterremo la stessa resa di Samira Lui, professionista stimata nel suo ambiente, ma possiamo preservarla da ogni indice teso, da ogni sguardo che incasella, da ogni parola che, in un qualche senso, minimizza più nel profetizzare sul nostro aspetto che nell’accettarlo e integrarlo con gioia. E con pace: che il Natale imminente possa confortare e ammaliare come una borsa, ma sappia proteggere come un abbraccio. E come un ricevimento tra amiche affiatate, anche se scapigliate, anche se sconosciute ai più.