ANNO 16 n° 274
Se non ci sono parole
c’è davvero poca speranza
A cura di Michele Palazzetti – IPSE Istituto Psicologico Europeo
07/12/2012 - 04:00

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Cerchi un'espressione che vada bene in ogni occasione? Da pronunciare con qualsiasi abito addosso, in una qualunque stagione, comprese quelle di mezzo che, come si sa, non ci sono più? Eccola; gettonatissima, un autentico evergreen: 'non ci sono parole'.

Articolata senza neppure lavorare troppo sul tono con cui la si pronuncia; come se per magia fosse appropriata sempre e sempre con il giusto significato.

'Non ci sono parole'. Lo dice chi vuole descrivere quanto sia bella una cosa; come chi invece vuole dire che è orrenda. Chi intende stigmatizzare un comportamento inaccettabile. O censurarlo sdegnato. Chi giura sull'intensità di un sentimento d'amore. E chi desidera non ci siano dubbi sull'odio che cova.

Un mese fa è morto mio padre. All'improvviso. Mi hanno scritto e telefonato in molti. Della reale partecipazione di tutti sono certo. Nessuna comunicazione di circostanza. Volevano farmi sentire che mi erano vicini. E possibilmente contribuire a darmi fiducia e forza. Molti, moltissimi, mi hanno scritto e detto: “non ci sono parole”.

A tutti vorrei rispondere, con l'affetto che mi lega a loro e la gratitudine che la loro intenzione mi suscita, che tutti noi meritiamo di più, di una realtà in cui ci sia tolta la parola.

La realtà che viviamo insieme è fatta di parole. Più o meno efficaci. Esaltanti, tragiche. A volte bugiarde. A volte straordinariamente rivelatrici. Quelle che credo non ci aiutino a vivere meglio sono quelle che pronunciamo in modo trascurato. Senza alcuna specificità. Senza attenzione dedicata a noi stessi o agli altri. Perché le parole sono boomerang. Escono da noi e a noi ritornano. Le usiamo per descrivere la realtà e la realtà la creano. Se mi ripeto che sono preoccupato, lo diventerò in modo incondizionato. Farei meglio a dirmi che una certa cosa, proprio quella, mi preoccupa. Se mi dico che non ci sono parole, comincerò a sentire che non c'è più un senso nel parlare. Meglio farei a dire, a me stesso e agli altri: io, qui, adesso, non trovo le parole. Comunicherei una mia sensazione. Parlerei di me e nel farlo mi aiuterei a vedermi meglio. Non è questione di poco conto. Mi concederei il lusso proprio della mia specie: la capacità di interpretare e trasmettere la realtà attraverso la parola. Lì, nella parola, vivono volontà, sensi, fantasia, ricordo.

Un immigrato passa in terra straniera momenti difficili perché è costretto a ridimensionare il suo mondo interiore in un vocabolario fatto di pochi termini. E quando ne possederà di più sentirà ancora la privazione delle sfumature, quelle nelle quali ha imparato col tempo della vita a definirsi e a definire ciò che gli accade attorno.

Padre, papà, papo, papino, babbo. Morire, andarsene, scomparire, decedere, arrendersi, venire meno, passare, volare. Ognuna di queste parole ha un senso leggermente e significativamente diverso nel vocabolario di ciascuno di noi. Che rimaniamo addolorati, anche straziati, attoniti, svuotati. Orfani. Ma vivi. E capaci di dirlo. Perché anche nel dire che voglio morire c'è una voglia di vita. Solo la morte, è muta.

 

Michele Palazzetti

Responsabile Coaching e Formazione

IPSE Istituto Psicologico Europeo

ipseroma@gmail.com

Tel. 06.81.17.00.34

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