ANNO 16 n° 274
Scotti e Ardita: ''Lo Stato si piegò alla mafia?''
Al Salotto delle 6
11/11/2012 - 11:11

VITERBO - Stato e mafia, stato e antistato, opposti che dovrebbero combattersi: cosa accadde in quel rocambolesco tragico 1992, anno di naufragi totali della Prima Repubblica e di omicidi eccellenti? Possibile che Totò Riina fosse il solo artefice del tutto? Queste le prime domande che Pasquale Bottone pone ai due ospiti del Salotto delle 6, l’ex ministro Vincenzo Scotti e il procuratore Sebastiano Ardita nell’incontro del 9 novembre sulla trattativa Stato-mafia.

Scotti si sofferma sulla consapevolezza di dover perseguire la mafia non a livello dei singoli, ma con degli strumenti istituzionali adeguati, soprattutto perché la mafia è antistato non di uno Stato, bensì si rivela un fenomeno allargato a livello internazionale. Nel ricordare quando la mafia stessa gli entrò in casa, mettendo sottosopra le sue carte, evidenzia il contrasto politico e culturale del tempo, quando la malavita era considerata mera criminalità di cui non si riuscivano a cogliere natura finalità e metodi. La sua posizione nei confronti del Governo fu subito chiara: condividere o combattere? La scelta di una pax mafiosa avrebbe voluto dire non aver capito nulla del nemico che si aveva di fronte, sarebbe stato accettare un “ricatto allo Stato”, citando il titolo del libro di Ardita. Era necessario al tempo, continua Scotti, rendere consapevole il Paese della sfida alla criminalità e prendere delle posizioni nette, come quando mandò a Milano gli ispettori per la vicenda dell’Autoparco e tutti gli saltarono addosso, come se la mafia investisse solo a Corleone, come se nessuno sapesse che è negli studi importanti ed eleganti di Londra che si contratta l’ammontare del riscatto da dare ai pirati per garantire l’immunità degli equipaggi delle navi sequestrate.

Bottone chiede quindi ad Ardita dei suoi ricordi di quel periodo.

Allora era un giovane giudice appena entrato in magistratura, nel 1991. La sua era una generazione sotto stress, che aveva visto dal vivo Falcone e Borsellino, che li aveva visti anche da vivi, personaggi carismatici colpiti non a caso, colpiti perché simboli. Fu fortissima allora la reazione dello Stato alle stragi, a tutti i livelli, a partire dagli agenti della penitenziaria.

Quello dei giudici era un lavoro affiancato quotidianamente dalla paura, cui ci si abitua, un’azione di chi ha coraggio e di chi oggi continua a fare il loro mestiere. “Fummo mille magistrati a ridosso di quegli anni, e nell’esempio di Falcone e Borsellino ci riconosciamo”.

Dell’incontro con Provenzano ricorda l’aspetto umano, le emozioni: amministrare il regime del 41 bis voleva dire essere nella morsa della tensione perché non si sapeva dove fosse meglio collocare il boss. La scelta ricadde su Terni, ma Ardita, allora non più pubblico ministero ma magistrato dell’amministrazione penitenziaria, si sentiva quasi impreparato psicologicamente al confronto con Provenzano. Di fronte, con un po’ di imbarazzo, si trovò uno sguardo severo, solo apparentemente bonario. “L’espressione di chi ha appena ultimato un lungo impegno” si legge nel libro del procuratore. Una forte componente di messaggistica “siciliana” caratterizzò le battute del padrino: “Prego Dio che mi faccia sopportare tutto quello che è giusto sopportare…”, Provenzano non voleva assumersi né riconoscere alcuna responsabilità. “Adesso la mia vita è nelle mani di Dio e degli uomini che hanno il potere”. Ardita rispose che niente e nessuno è al di sopra della Legge, che va applicata e ad essa bisogna sottostare.

La parola torna a Scotti, Bottone gli domanda del suo spostamento dagli Interni agli Esteri.

Non aveva senso, risponde l’ex ministro, lasciare un incarico per passare ad un altro a 36 giorni dall’omicidio di Falcone. Avrebbe avuto più senso andare a casa. Perché sostituire in quel modo il ministro degli Interni? La politica doveva prendersi le sue responsabilità ed ammetterle, la lotta alla mafia implicava un costo da sostenere.

L’attenzione si sposta sul 41 bis e sulla sua utilità. Fu un momento di rottura rispetto al passato, alla connivenza con la mafia, afferma Ardita. Sul lato pratico e sociologico, la mafia era intesa come un fenomeno di costume o un’entità con cui dialogare per ottenere vantaggi, in un ambiguo scambio rispetto a un pezzo delle istituzioni, scambio da cui la malavita usciva inevitabilmente rafforzata.

Ancora, l’importanza per Falcone, condivisa da Scotti, di iniziare ogni indagine seguendo il percorso del denaro, della sua tracciabilità, problema visto dai mercati finanziari come un limite alla libertà economica.

L’importanza delle riforme, purtroppo postume, afferma amareggiato Ardita, perché allora la magistratura non era preparata, le idee vincenti erano nella testa di Falcone e Borsellino, non di tutti.

Ci fu trattativa allora in quegli anni? Incalza Bottone. Tale è l’immagine che emerge dai processi e dalle carte, conferma Ardita. Fu un vero ricatto allo Stato, continua Scotti, basta pensare alla strage di Capaci: un’operazione terroristica raffinata, venne fatta esplodere a distanza un’auto in piena velocità per la prima volta.

Alla fine dell’incontro, Pasquale Bottone lascia spazio a un intervento incrociato. Inizia Ardita, “che è bravo a interrogare”, scherza l’ex ministro. Il procuratore chiede come reagì lo Stato nel ’92, come si sentivano psicologicamente. “Noi ci credevamo e io ci credo ancora alla mafia non invincibile. Si dovevano fare scelte adeguate, rompere gli indugi. Con Martelli eravamo consapevoli che Capaci fosse un momento terribile di enormi responsabilità. Rompere gli indugi, a partire dalla questione dei mafiosi in carcere e dai latitanti. C’è da dire, purtroppo, che senza via D’Amelio le regole del regime speciale per i mafiosi in carcere non sarebbero state fissate”.

La domanda di Scotti per Ardita è sull’eredità raccolta dai due grandi magistrati morti ammazzati.

“Eredità pesante e importante, se consideriamo che sembrò che Falcone stesse tradendo la magistratura a quei tempi, ma non fu così. Noi in magistratura soffrivamo per il sistema dei socialisti, Martelli veniva sentito come un nemico della magistratura, poi mi sono dovuto ricredere e lo dissi a Martelli in un incontro. Superato il pregiudizio, Martelli per me è stato il miglior ministro della Giustizia che io ricordi. Siamo però consapevoli che lo strumentario a noi fornito oggi non è sempre al passo coi tempi, ce n’è di strada da fare”.

Un ex ministro e un procuratore, la politica e la magistratura, un protagonista del passato e uno del presente. La lotta alla mafia prosegue.

 

 






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