

A PRIMA SERATA
Un inizio ad alta tensione così, a Sanremo, non lo ricordavamo da un pezzo. Prima l’antipasto con Beppe Grillo che, gridando slogan in giro per le strade della cittadina ligure, si era preso il proscenio del Festival per un’ora, poi l’ancor più elettrico incipit di questa 64a edizione in Riviera: due uomini, in un deja-vu che ricordava tanto la celebre edizione del Baudo salvatore ( e chi si dimentica di Cavallo Pazzo?), si sono sporti dalla balaustra in cima all’Ariston, minacciando di buttarsi giù se Fazio non avesse letto una loro lettera.
LIGABUE - E, dopo aver lasciato spazio a una toccante versione della Deandreiana «Creuza de ma» da parte di Ligabue che serviva a stemperare per un attimo l’incredibile nervosismo, il conduttore non si travestiva da SuperPippo, (Baudo) ma, con calma, leggeva la missiva, riuscendo a placare i due, operai del consorzio bacino di bonifica di Napoli e Caserta che lavorano da sedici mesi senza stipendio, azienda, tra l’altro, dove già altre tre persone si erano suicidate dopo la crisi.
IL BALLETTO DELLA LITTIZZETTO - Lo spettacolo è dunque cominciato per davvero, dopo venti minuti di passione (anzi un’ora e venti se consideriamo l’antipasto grillesco) : la Littizzetto faceva un balletto stile Moulin Rouge, si produceva in uno sketch, sbeffeggiando questo e quell’altro. La tensione si allentava finalmente e la gara poteva dunque cominciare: ad Arisa, tutta trasparenze («che gnocca che è diventata» le ricorderà Luciana) è toccato l’ingrato compito di rompere il ghiaccio . Non ha sfigurato con «Lentamente», canzone appunto soffusa che in qualche modo ovattava questo Ariston fin lì bollente. E idem con patate, solo un poco più ritmata, la successiva «Controvento»: perché, come nella scorsa edizione, ogni concorrente presenta due brani. Il giudizio è istantaneo. E passava la seconda.
IL DECANO DELL’HIP-HOP ITALIANO- Toccava dunque al decano dell’hip-hop italiano, prima che fiorissero i Marracash, i Club Dogo , ecc.ecc.: Frankie Hi-Nrg. Con un brano dal sapore buonista, «Un uomo è vivo», un poco discorde rispetto alle corrosività sue degli anni’90. L’altra invece era ricca di metafore ciclistiche, con una base vagamente ragamuffin, «Pedala», ne ha macinata di strada Francesco Di Gesù e questa era sinceramente più incisiva della prima. E, fortunatamente, passava.
CASTA-FAZIO , DUETTO CANTERINO- Pausa, e dopo quindici anni, si palesava nuovamente sul palco dell’Ariston l’atomica Laetitia Casta, accolta da un Fazio versione strehleriana. I due si scambiavano canzoni d’amor, tra Brel e Modugno, Jannacci e Sordi: l’intonazione era quella che era, ma l’effetto, nel complesso, simpatico. Altra pausa e toccava a una veterana della Riviera, Antonella Ruggiero che cantava, come sempre, in punta di piedi accompagnata da un quartetto d’archi su «Quando Balliamo» e al piano su «Da lontano».
ELECTRO-GOSPEL-FUNK Buona la seconda e spazio alla strana coppia del Festival, Raphael Gualazzi e Bloody Beetrots, il crooner e il guru dell’elettronica: l’apporto del secondo (aldilà dell’esibizione mascherata) si notava ben poco nel gospel di «Tanto cisei». Ben di più s’imponeva Bloody, con il loop danzereccio-funk-electro-gospel di «Liberi o no» (trionferà sui dancefloor, c’è da scommetterci), comunque la migliore canzone sentita fin qui. E infatti passava in carrozza. E la pista da ballo rimaneva calda con l’eterna Raffaella Carrà che danzava e cantava come se non avesse i settant’anni che ha. E, poi conversando con «l’erede» Fazio, ricordava i marò detenuti in India e si divertiva a duettare con Luciana Littizzetto: Raffa tiene sempre il palco. Sarà uno dei momenti più riusciti di questa pirotecnica prima.
INTENSO DE ANDRE’ JUNIOR - Da De André padre invernacolo genovese si era (faticosamente) partiti e in vernacolo genovese con De André figlio, il talentuoso quanto tormentato Cristiano, ci si avviava verso la conclusione, c’era il dialetto infatti nel primo brano quasi borbottato più che cantato , «Invisibili». Più vissuta, più intima l’altra «Il cielo è vuoto». Entrambe sembrano incise sulla carne, sofferte, lancinanti. Sarebbe stato bene passassero ex aequo, ma per la cronaca ce l’ha fatta la seconda. Quindi era il turno dei Perturbazione: l’ormai classico momento dedicato all’underground, immancabile nelle ultime edizioni (vedi i Marta sui Tubi l’anno scorso, i Marlene Kuntz due anni fa, gli Afterhours qualche anno addietro) . Funzionava, sì e no: «l’Unica» non è che si stampasse in testa, «L’Italia vista dal bar» è un ritrattino dal vero, più riuscito. Evidentemente però la prima rimaneva impressa a chi televota, perché la riascolteremo giovedì.
EMOZIONE STEVENS - E toccava al primo grande ospite straniero: Cat Stevens, da tempo Yusuf Islam, chitarra e voce, la storia della canzone d’autore (pure se invecchiato) sul palco dell’Ariston. Che si cimentava pure in una medley beatlesiana sul finale. E regalava poi «Father and Son» , l’inno che tutti sappiamo a memoria, che almeno una volta nella vita abbiamo intonato: ed era grande, grande emozione in platea. E pure a casa, a intuire dal profluvio di lacrime twitteriane. E la commozione correva ancora sul filo, mentre Luciana Littizzetto ricordava il compianto Freak Antoni: che iconoclasta provocazione essere finito in uno stacco festivaliero, da morto...
GIUSY SULLA TERRA - Si ritornava sulla Terra con Giusy Ferreri, ultima concorrente in gara di questo esordio, diciamo non proprio alla camomilla: la ragazza sembra sempre ferma ai vecchi exploit xfactoriani, un po’ monocorde. Valeva per la prima «Ti porto a cena» come per la seconda «L’amore possiede il bene». Buona la prima. E buona la prima, in generale, nonostante tutto: perché, specie in testa a quest’incredibile serata, di tutto è successo.
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