ANNO 16 n° 275
Sanitari cinesi venduti per made in Italy
Al setaccio pratiche cassa integrazione
Gli inquirenti sospettano che siano state presentatte senza possedere i requisiti
Dopo la Ceramica Althea, altre tre o quattro aziende nel mirino degli investigatori
11/10/2011 - 22:38

VITERBO - Decine di pratiche di cassa integrazione presentate da aziende del distretto industriale ceramico di Civita Castellana, l’unico del Lazio, sono al vaglio dei carabinieri e degli ispettori del ministero del Lavoro che indagano sullo scandalo dei sanitari importanti dalla Cina e venduti come produzione propria .

Le verifiche in corso riguarderebbero un grosso numero di società e non solo quelle già coinvolte nelle indagini, in primo luogo l’Althea di Genesio Bevilacqua, i cui rappresentanti legali sono stati iscritti nel registro degli indagati per frode in commercio e truffa aggravata ai danni dell'Inps.

La cifra in ballo, secondo quanto si è appreso, è enorme: negli ultimi due anni sono state infatti erogate centinaia di migliaia di ore di cassa integrazione, ordinaria o speciale, e un numero elevatissimo di indennità di mobilità e di disoccupazione.

Scopo degli accertamenti in atto è di verificare se le richieste di cassa integrazione o di mobilità fossero davvero motivate con un calo verticale degli ordinativi. Il sospetto, almeno in alcuni casi, è che la produzione locale fosse stata bloccata per essere sostituita con quella importata dalla Cina o dal Nord Africa. Le aziende ottenevano così grossi guadagni mentre i loro dipendenti finivano a carico dell'Inps.

Intanto, le aziende in odor di frode fiscale e di truffa ll’Inps sarebbero salite a quattro, forse cinque. E il loro numero potrebbe ulteriormente crescere.

Si tratta di imprese che negli ultimi due-tre anni hanno fatto un ricorso massiccio alla cassa integrazione per gli operai, causando un esborso per l'istituto di svariati milioni di euro. Oltre due per la sola Althea.

Secondo quanto si è appreso, i carabinieri e gli ispettori del ministero del Lavoro, spulciando nella documentazione delle aziende, avrebbero riscontrato un traffico di Tir e di container che non troverebbe giustificazione in fabbriche con i macchinari e i forni fermi da mesi se non da anni.

Il sospetto è che, almeno per i sanitari di fascia medio-bassa, abbiano importato materiale cinese, spendendo circa 15 dollari al pezzo, per poi rivenderlo con il loro marchio, a circa 200 euro. Un prezzo comunque inferiore di 30-40 euro rispetto a quello che riescono a praticare le industrie che producono a Civita Castellana. Una forma di concorrenza sleale che ha finito per penalizzare anche i marchi più noti e che, nonostante la crisi, hanno investito milioni di euro in innovazione e nuovi modelli.






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