

Quattro minuti, dalle 15.21 alle 15.25, spiati dalle telecamere a circuito chiuso, impotenti e ciniche come testimoni impietriti, raccontano la sequenza agghiacciante che ha sconvolto Porto Viro, nel Delta del Po, e gettato nel lutto l’Arma dei Carabinieri.
Un primo colpo per il maresciallo, che è chino accanto alla macchina nel giardino, e quasi non si accorge del suo carabiniere che gli viene da dietro con passo veloce e gli spara a bruciapelo alla nuca. Il secondo per la moglie del comandante, che sta in piedi vicino all’aiuola e, poveretta, sente il rumore secco della Beretta calibro 92, si gira, ha appena il tempo di capire che l’appuntato scelto, apparentemente nei secoli fedele al marito, ora punta l’arma verso di lei e non le lascerà scampo.
L’ultimo colpo è il lavacro di questa assurda sequenza di morte in caserma, sparato dall’assassino meccanicamente contro se stesso, diritto in faccia, per cancellare in un attimo l’orrore e il tradimento, l’angoscia e le ombre nere della propria coscienza.
Quelle immagini sono il frammento gelido e cupo di una tragedia con tre vittime che non ha ancora una ragione. Ma soltanto alcuni dati di fatto e movenze certe, passate per ore alla moviola, cercando un senso che sarà comunque difficile afferrare. Sono passate da poco le 15 quando l’appuntato scelto Renato Addario, 50 anni, originario di Santa Maria Capua Vetere, bacia la moglie Susi e saluta il figlio dodicenne che sta facendo i compiti con due compagni di scuola.
Esce di casa, con la divisa perfettamente stirata, fa il giro di piazza Matteotti, passa davanti al monumento dedicato al carabiniere Salvo D’Acquisto che nel ’43 diede la sua vita per salvare dall’eccidio nazista ventun persone inermi. Nessun ripensamento. La caserma gialla, il suo luogo di lavoro da quasi dieci anni, è ad un passo.
Sono le 15.21. Non deve neppure suonare, dentro ci sono due-tre commilitoni che sbrigano l’ordinaria amministrazione e gli aprono. Chissà quale male oscuro gli ha fatto perdere il senno, trasformando la sua rabbia in una cieca determinazione ad uccidere. Infila la porta a sinistra dell’androne, percorre il corridoio che porta nella cucina dove spesso era lui a preparare cameratescamente da mangiare per tutta la truppa. Cerca il comandante. E sa dove trovarlo.
Sono le 15.23 quando apre la porta a vetri che dà sul cortile posteriore. Il maresciallo Antonio Zingale, 49 anni, siciliano della provincia di Catania, quattro lustri passati a dirigere la Stazione di Porto Viro, sta pulendo la propria auto.
È in borghese. Non ha nemmeno il tempo di accorgersi che la sua vita finisce in quel momento e che il pericolo non è uno dei tanti malviventi che egli ha arrestato nella sua onorata carriera, ma uno dei suoi carabinieri, quello che gli è stato forse più vicino nei mesi di una scabrosa inchiesta per un bacio e che al processo ha testimoniato a suo favore. Addario è venuto per ucciderlo. Un’esecuzione vera e propria, un solo colpo alla nuca. Il comandante si accascia senza un lamento. Sono le 15.23.
Ma c’è un testimone scomodo, forse inatteso, nell’atto finale che l’appuntato scelto si era rappresentato. Ginetta Giraldo, 51 anni, la moglie che il maresciallo ha conosciuto e sposato in Polesine, è lì accanto, tra il selciato e l’aiuola. Anche lei diventa un bersaglio da abbattere. Non ha scampo, un colpo sparato da distanza ravvicinata le spapola la testa. Sono le 15.24 quando tutto si sta ormai consumando. Il carnefice diventa a sua volta vittima. Gira l’arma verso se stesso e preme per l’ultima volta il grilletto.
Alle 15.25 è tutto finito. Per alcuni interminabili secondi la scena resta immobile. I tre corpi giacciono sul terreno macchiato dal sangue che si fa scuro. Un silenzio irreale precede l’accorrere dei militi in camicia. Inutili i soccorsi, le lacrime di disperazione, le divise che si moltiplicano. Il comandante è stato ucciso. La moglie è stata uccisa. L’appuntato si è suicidato.
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