ANNO 16 n° 272
Rio Mare sgretola la narrazione trionfale sul fine dining: benvenuti a casa del critico
C’è chi assaggia per mestiere e chi mangia per passione
Elsa
04/08/2024 - 11:19
di Elsa Berardi

VITERBO - Ciò che, sgusciando dai nuovi teatri allestiti per il cibo, è diventato tradizionale sta facendo concimare narrazioni parallele sulla visione ortodossa della buona tavola, che è in primis una catena di esperienze fondata sul condividere: con quest’ultima definizione non si intende la carrellata di interazioni social che una cena tra amici al telefono può scatenare, ma il piacere della sana invasione di una nonna bizzarra nelle proprie concezioni, la stessa nonna che ha preparato una lasagna distribuendo domande retoriche su relazioni di coppia, futuri matrimoni, studi e vita privata.

È proprio quella nonna indiscreta e un po’ roboante l’antitesi del fine dining come esperienza individuale, una filosofia totalizzante spesso abbracciata dalle nuove professioni che si affacciano su una retorica differente, ma sempre sorretta dal buon mangiare. E pensare che meno di una decina di anni fa i social hanno iniziato a dare la parola al vero rituale del cibo nel Belpaese, generando feeling tra chi sfuggiva ai pranzi in famiglia e chi confidava caldamente di non potersi sentire a casa senza (sane) domande indiscrete…

Tra gag comiche sorte sul desiderio di allontanarsi e richiami costanti alla baldoria di gruppo, ecco che Rio Mare, nel 2024, esegue un canovaccio magistrale sull’ironia verso i critici gastronomici, prendendosi l’ovazione del pubblico da casa e scontentando qualche artista della forchetta. Un nome? Ciro Scamardella, una stella Michelin: certo, lo spot di Rio Mare, citando alla lettera la sua risposta, è una presa in giro d’essay al “lavoro sartoriale” degli chef. Ma è proprio questo il punto: per parodiare non è necessaria la volgarità, perché quella si dimentica, ma il delicato esasperare permane. E dà fastidio, si comprende.

Nel filmato da trenta secondi, un critico gastronomico è tra il perplesso e l’amletico davanti a una serie di sculture edibili, che paiono tutto lo scibile esistente fuorché portate da addentare: illustrate meticolosamente dal personale dei ristoranti, invece di rendere più semplice la strada al critico, lo trascinano verso la naturalezza, il sogno che tutte le esperienze un po’ barocche possono instillare. Il critico è a casa: ha avocado e pomodori, perciò è anche al passo con i tempi, si apre una scatoletta di Rio Mare, gusta un pezzo dello storico tonno a pinne gialle e, quasi inaspettatamente, invita degli amici con cui condividere la liberatoria insalatona. La felicità in un’istantanea e un sapore a cui “non serve altro”, come gioiosamente preconizzato dal payoff.

Bello? Brutto? Da ridere o da riflettere? Forse un po’ subdolamente altezzoso, ma tanto carico di un rapido amor patrio che passa veloce da uno schermo all’altro, un volo andata-ritorno a prova di avocado. Un continuo della speranza di far valere l’umorismo o forse quell’elegante “buona continuazione!” che sussurra qualche cameriere. Volente e nolente, è certamente una novità, e quando il nuovo è meditato e motivato, si dice che faccia bene. L’improvvisazione, l’imparzialità e la vivace controtendenza, però, fanno ancora meglio!






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