

Lavoravano 15/16 ore al giorno per uno “stipendio” di 100 euro al mese, potevano consumare solamente pasti a base di riso, verdure e poco altro, come bagno avevano un semplice secchio e vivevano ammassati in container esposti continuamente al sole. Sono queste le condizioni di vita a cui erano costretti una decina di immigrati, regolari e non, venuti in Italia per cercare lavoro e finiti in una rete di sfruttamento scoperta dalla polizia.
Dopo sette mesi di indagini, iniziate e condotte dal commissariato di Tarquinia, coadiuvato dal Dda (Direzione Distrettuale Antimafia) di Roma, ieri notte, infatti, è scattato il blitz che ha portato alla notifica dei primi quattro avvisi di garanzia ad altrettanti imprenditori della riviera viterbese con l’ipotesi di reato di riduzione in schiavitù e false emersioni su pagamento.
Durante le perquisizioni avvenute la scorsa notte, gli agenti sono stati affiancati dal servizio igiene del lavoro della Asl e da ispettori della direzione centrale del Lavoro di Viterbo e provvidenziale è stata la presenza di un dottore della azienda sanitaria, Roberto Catasca, durante le operazioni. Uno degli imprenditori indagati, infatti, una volta resosi conto che gli inquirenti avevano scoperto gli immigrati che lavoravano irregolarmente per lui, ha avuto un malore perdendo conoscenza: sono stati necessari oltre 20 minuti di respirazione bocca a bocca e di massaggio cardiaco per rianimarlo, prima che venisse trasportato in ospedale, dove è stato ricoverato e si trova ora fuori pericolo.
Gli uomini del commissariato di Tarquinia e della squadra mobile di Viterbo, inoltre, hanno trovato e sequestrato alcune armi detenute illegalmente ed utilizzate da uno dei quattro indagati per costringere le vittime a non abbandonare l’azienda: con fucili da caccia e normali, infatti, minacciava di ucciderli se fossero fuggiti.
Tra le ipotesi di reato, che prevedono pene pesantissime e la confisca di tutti i beni aziendali, per i quattro imprenditori c’è anche quella di associazione per delinquere.
Proseguono intanto, sotto il massimo riserbo, le indagini da parte della polizia di Tarquinia e del Dda di Roma, che potrebbero interessare anche altre regioni del nord Italia e la Toscana.