


RONCIGLIONE – “Il tempo, quando si parla di soccorsi, può significare la vita o la morte”. Con queste parole cariche di urgenza Fabio Troncarelli, presidente del comitato “Amici del Sant’Anna”, lancia un nuovo appello per la riapertura dell’ospedale Sant’Anna di Ronciglione, chiuso parzialmente da anni e oggi ridotto a un presidio infermieristico con una sola ambulanza.
Il comitato, da tempo impegnato in una battaglia civile per la tutela della sanità pubblica nella provincia sud di Viterbo, denuncia una situazione che definisce “critica e inaccettabile” per circa 75mila cittadini, oggi privi di un vero punto di riferimento per le emergenze sanitarie.
“Dopo la chiusura del pronto soccorso di Ronciglione – spiega Troncarelli – la provincia sud è rimasta scoperta. I collegamenti con Viterbo, attraverso la Cassia e la Cimina, sono difficili, spesso soggetti a frane, cadute di alberi, nebbia o ghiaccio. Le ambulanze sono costrette a percorsi tortuosi che allungano i tempi di intervento, e quei minuti possono costare la vita”.
Una condizione aggravata dalle caratteristiche morfologiche del territorio, attraversato da strade di montagna come la SP39 Valle di Vico e la SP81 Madonnina dei Cimini, che passano all’interno della riserva naturale del Lago di Vico. Qui, oltre ai rischi climatici, sono frequenti anche gli incidenti causati dagli attraversamenti improvvisi di animali selvatici. “È un percorso difficile persino per chi lo conosce – afferma Troncarelli – figuriamoci per i mezzi di soccorso che devono muoversi rapidamente e in sicurezza”.
Il comitato chiede che l’ospedale Sant’Anna venga riconosciuto come presidio in zona particolarmente disagiata, così come previsto dal Decreto Legislativo 70/2015, e che sia riattivato un pronto soccorso funzionante, insieme a una seconda ambulanza, ambulatori specialistici e un piccolo reparto di medicina e prevenzione.
“Il Sant’Anna non deve sostituire l’ospedale Santa Rosa di Viterbo, ma affiancarlo e alleggerirne il carico – sottolinea Troncarelli –. Potrebbe occuparsi delle urgenze minori, della prevenzione e dell’assistenza agli anziani e ai lavoratori agricoli. È una questione di logica e buon senso, non di politica”.
L’ospedale di Ronciglione, ricordano dal comitato, è una struttura moderna e ristrutturata, con 112 posti letto, due sale operatorie e locali a norma, oggi paradossalmente inutilizzati. L’importanza della struttura è tale anche perché è l’unico che ha il cancello su una strada ad alta densità di circolazione, consentendo così lo smaltimento del traffico in entrata e in uscita. “È inspiegabile che dopo la ristrutturazione sia stato depotenziato anziché valorizzato – prosegue Troncarelli –. Per decenni è stato un punto di riferimento per tutta la zona, con un coefficiente di esercizio tra i più alti della provincia. Venivano qui anche dai comuni limitrofi, perché il Sant’Anna era considerato un’eccellenza”.
Oggi, invece, chi vive nei centri della Tuscia meridionale deve percorrere decine di chilometri per raggiungere l’ospedale Santa Rosa o, in molti casi, rivolgersi a strutture private. “È assurdo che un territorio così vasto e popolato sia tagliato fuori – continua Troncarelli –. Gli ospedali periferici come il Sant’Anna potrebbero alleggerire i grandi presidi, gestire la medicina di base e la prevenzione, e garantire assistenza più capillare. Invece, con la chiusura, si è tolto un punto vitale senza considerare le difficoltà reali del territorio”.
La denuncia del comitato non è solo tecnica, ma profondamente umana. Troncarelli racconta con amarezza due episodi recenti: “Due persone recentemente sono morte davanti ai cancelli dell’ospedale chiuso. È un dolore che non possiamo accettare. Sapere che una struttura pronta e funzionante poteva salvare delle vite e non è stata usata è qualcosa che segna una comunità intera”.
L’appello finale è chiaro: “Chiediamo all’Asl e alla Regione Lazio di riflettere seriamente sulla riattivazione del Sant’Anna, per una questione logica. È una struttura strategica, in una posizione baricentrica rispetto a tutta la provincia sud, facilmente raggiungibile e dotata di spazi e attrezzature. In una provincia con il 40% di territorio agricolo, dove gli infortuni e gli incidenti domestici sono frequenti e molti anziani non possono spostarsi, la presenza di un presidio locale può fare la differenza.
Perché non si tiene in considerazione il fattore tempo? Che valore gli diamo? La risposta è semplice, il tempo, in sanità, è tutto. E in questo territorio, ogni minuto può valere una vita.