

di Gabrile Sabato*
VITERBO - Non mi viene in mente nient'altro da augurare al territorio in cui vivo da qualche anno, che mi ha affascinato per le dolci sponde delle sue pianure, il calore rispettoso della sua gente e l'entusiasmo contagioso di un intero popolo, che anche nella propria devozione a Santa Rosa - e nei modi gentili in cui la esterna - testimonia l'ampiezza del proprio cuore.
Leggo però con amarezza di festival culturali unici nel loro genere in Europa, che rischiano di non vedere una nuova alba la prossima estate (Caffeina); di librerie poste nel cuore della città - lì dove c'è vita solo se ci sono arterie che pulsano - la cui saracinesca ha da poco smesso di alzarsi (La libreria del Teatro); e di kermesse rese prive di prospettiva per mancanza di chiarezza - ancor prima che di fondi - abbandonate in un limbo che dall'esterno risulta incomprensibile (Il sal8 delle 6).
Tutto ciò crea timore, e genera una chiamata al riscatto.
Il timore è quello che deriva dal sapere che storicamente una comunità, piccola o grande che sia, è le idee che riesce a creare o far proprie, mettere in circolo, e a trasmettere di generazione in generazione. Quelle idee diventano cultura e patrimonio condiviso, talvolta anche inconsapevolmente, e riaffiorano nel tempo quasi come in un fenomeno carsico, in tratti di spontanea socialità e inaspettata imprenditorialità, che con un po' di fortuna si rigenerano creando vere e proprie reti di relazioni economiche e sociali.
A nessuno del resto sfugge come tutte le migliori stagioni dell'economia siano state precedute e accompagnate da una vitalità culturale soverchiante: avremmo avuto l'esplosione del commercio nella Roma dell'età dell'oro senza i Seneca, Tacito, Virgilio e Cicerone? L'Inghilterra del primo capitalismo senza Shakespeare, Hobbes e Locke? Per non tacere delle piccole ma operose città nordeuropee del XV-XVI con i loro Erasmo e Lutero, e della esplosività della Silicon Valley, i cui sogni poggiano inevitabilmente sulla visionaria antropologia di molti autori della beat generation?
Molto probabilmente no.
Alcuni recenti dati pubblicati dalla Camera di Commercio invece - per tornare subito a noi e ai giorni nostri, perché di quello siamo tutti preoccupati - ci consegnano il ritratto di una Tuscia purtroppo piegata sulle ginocchia, anche se non doma, infelicemente allineata con gli indici macroeconomici nazionali.
E così, alle criticità citate in apertura all'inizio, si affiancano un calo dei fatturati, un decremento complessivo del numero di iscritti camerali, un aumento della disoccupazione e si registra numero di ditte individuali ancora troppo alto rispetto al totale delle imprese (65%), considerando che le società di capitali superano a malapena le due cifre (14%). Ne esce un dipinto di solitudine imprenditoriale, proprio ora che ci sarebbe invece bisogno di vicinanza e solidarietà: in altre parole, di nuovi partners industriali e commerciali da un lato, per affrontare le sfide e le turbolenze di questi anni di crisi, e di un maggiore coraggio progettuale dei sistemi istituzionale, universitario e finanziario dall'altro.
E i tre episodi - arresto culturale, crisi economica e impasse istituzionale - sono intrinsecamente legati gli uni agli altri.
Serve un riscatto, quindi. Che passi necessariamente (e sarebbe già un buon inizio, anche se non sufficiente a raggiungere lo scopo), da una compartecipazione delle migliori forze che vivono oggi nella Tuscia - le più volenterose, direbbe qualcuno - tesa a evitare che i pericoli sopra menzionati siano anzitutto arginati. Ci sono vicende nella storia di una cittadinanza che hanno la fortuna di svolgere una funzione di catalizzatore da cui discende, magari più avanti nel tempo, un effetto moltiplicatore. Ecco, Caffeina si è da tempo candidata ad esserlo: attrae per mesi l'attenzione della città di Viterbo e ben oltre i suoi confini (prima, durante e dopo le settimane dell'evento), riuscendo al contempo a proporsi come teatro della sperimentazione civica e platea di moltissime delle più interessanti idee della civiltà contemporanea occidentale.
Sottovalutare tutti questi aspetti sarebbe delittuoso. Come delittuoso sarebbe non focalizzare a dovere il fatto che tutte le strutture e infrastrutture materiali (quelle sovente oggetto di scambio sul mercato, e da cui si ricavano molti di quei profitti ricercati affannosamente dai più e che fanno andare avanti l’economia) sono nate grazie alla pregressa esistenza di solide strutture e infrastrutture immateriali: le idee, anzitutto, e perche no, i sogni.
L'importante è crederci, credere che questo stillicidio possa essere fermato, caricandosi individualmente e collettivamente sulle spalle una macchina ben più leggera di quella nota a tutti, ma trasparente e vitale come l'ossigeno: una macchina fatta anzitutto di operosa solidarietà e ragionato ottimismo. Perché come è stato ben detto, ''la funzione principale di una città è di trasformare l'energia in cultura, elementi morti in simboli viventi di arte, e la riproduzione biologica in creatività sociale''.
* University of Michigan Law School, Master of Laws
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